08 febbraio 2010

Michel Jackson, una fiaba nera
Vita del re del pop (2)

di Bruna Alasia

Jacko e la spogliarellista
Racconto secondo

Dietro la casetta dei Jackson, dove ormai in tre stanze abitavano in undici perché nel 1961 erano nati Randy e nel 1966 Janet, c’era un campo di baseball: lì quasi tutti i pomeriggi i ragazzini si trovavano per giocare e mangiare pop-corn. Le loro grida arrivavano alte, si rincorrevano, saltavano, si picchiavano ridendo. Guardandoli dalla finestra Michael pensava a uno stormo di uccelli e li invidiava, lui si sentiva in gabbia.
A volte gli amici lo chiamavano:
- Michael ne manca uno, entri tu?
- Non posso, tra un po’ arriva mio padre…
- Fac off!
Jacko tornava al lavoro. Da bambino non capiva molto di quello che stesse facendo né perché, però cantare era la sua passione e poi, se lui e i fratelli non si fossero esercitati, suo padre sarebbe andato su tutte le furie. Nel salotto di casa i piccoli Jackson provavano e riprovavano chitarra, batteria, basso, bongo, tamburelli. Jacko la voce e i passi di danza, talmente naturali da inventarseli.
Un giorno, dopo averlo ammirato in una esibizione, Jackie gli si avvicinò e disse:
- Mike sei proprio un “dancemonster!”
- Diventerà anche un grande cantante – si accodò la madre compiaciuta.
- Più mostro che ballerino – lo canzonò Tito
- Tutta invidia! – Jacko gli diede un calcio
In fondo era vero che i fratelli lo invidiassero: attirava l’attenzione perché era il più giovane e il più dotato. Michael ricordava a cinque anni il primo concerto al Big Top, un centro commerciale di Gary, quando si erano piazzati in mezzo al corridoio e si era formato un capannello: godeva dell’ammirazione e dello sbalordimento dei clienti che avevano occhi solo per lui. Cresciuto con quel gusto, non avrebbe più potuto farne a meno: ma era la sola soddisfazione perché giocare gli sarebbe piaciuto.


***

Se non avesse avuto la musica nel sangue non avrebbe retto quei ritmi faticosi. Suo padre, sempre più convinto che i figli fossero una gallina dalle uova d’oro, gli stava col fiato sul collo. Joe aveva lasciato il lavoro di gruista per diventare il loro manager: esigentissimo, non sopportava nessuna trasgressione alla regola.

Un pomeriggio d’estate, constatando che Michael era in ritardo di un quarto d’ora, l’uomo si innervosì:
- Dov’è quella testa di cavolo?
- Adesso arriva – disse Jermaine – si sarà fermato a scuola.
- Quante volte devo dire che gli orari vanno rispettati?
Jacko in quel momento entrò in silenzio, poggiò la cartella, tirò su le maniche e si mise in posizione.
- Allora? - chiese Joe
- Cosa?
- Nasone, arrivi adesso?
- Smettila di chiamarmi così!
- Ritardi perché ti pesa il naso?!
- Non voglio più cantare – urlò Michael scappando via.
Suo padre lo rincorse mentre si nascondeva sotto il lettone dei genitori, lo afferrò per un piede, lo trascinò fuori, lo sollevò e lo lasciò penzolare.
- Basta pa’…
- Lo dico io basta! – Joe lo lasciò cadere sul materasso e prima che avesse tempo di realizzare una cinghiata gli lasciò il segno.

***


Il Mr Lucky’s Lounge era un bar ristorante di Gary dove si tenevano spettacoli di cabaret e di steaptease. I Jackson 5 vi suonavano cinque o sei sere a settimana e Joe passava tra i tavoli con il cappello in mano. Si esibivano illegalmente perché, in quanto minorenni, non avrebbero potuto entrare in locali dove servivano alcolici. La questua rendeva bene, i clienti erano gentili. Al suono di un motivo di Joe Tex “Gambe secche e anche il resto”, Michael faceva la gag di infilarsi sotto i tavoli, alzava le sottane delle ragazze e il pubblico applaudiva scoppiando a ridere.

Una notte al Mr Lucky’s Lounge, accadde un fatto che lo marchiò a vita. Sul tardi, al centro di un fiotto di luce, c’era uno spettacolo di spogliarello . Quella volta si esibì una donna davvero procace e gli uomini gridavano. Un tipo muscoloso a un tratto le lanciò un biglietto da cinquanta dollari. Lei lo raccolse e gli tirò un guanto. Quando le cadde l’ultima foglia di fico, il cow-boy col suo metro e novanta, balzò sul palco, la prese per la vita e si avventò in quello che a Jacko sembrò un corpo a corpo. “ Cosa fanno?!” si chiese allibito. Aveva paura eppure non staccò gli occhi. Quando smisero provò uno schifo tale e si sentì così sporco che in quel posto non avrebbe più voluto cantare. Appena furono a letto chiese a suo fratello:
- Jermaine hai mai fatto quelle cose?
- Si fanno quando si è grandi….
- Non voglio diventare grande… io non lo farò mai…


***

I Testimoni di Geova tengono moltissimo alla moralità, condannando apertamente i rapporti sessuali prematrimoniali, l’adulterio e i rapporti omosessuali: chi trasgredisce e non si pente viene espulso dalla comunità. In casa Jackson c’era conflitto tra la madre, che era una testimone osservante e il padre, donnaiolo, gaudente, che ogni notte portava fuori i figli. Le discussioni in famiglia erano accese, soprattutto a tavola, quando la povera Katherine doveva preparare per undici.
- Ancora mais Joe?
- No, non sa di niente…
- Perché non ti fai servire da una sgualdrina del night?
- Smettila!
- Sono preoccupata per i bambini! Michael ha solo nove anni, non sta bene che vada a dormire così tardi…
- E’ proprio pensando al futuro dei ragazzi che faccio questo!
- Ma se sei stato accusato di sfruttamento! Vuoi vedertela col tribunale dei minori?! Non va bene che così piccoli frequentino gente di malaffare…
- Quale malaffare?! Chiudi quella boccaccia. Guarda che cosa sono stato capace di ottenere invece dalla Steeltown!
Tutti ammutolirono.
- Un contratto! – urlò Joe e buttò i fogli sul tavolo.

Gordon Keith, proprietario della Steeltown, letteralmente “Città d’acciaio” perché era un’etichetta discografica con sede nella siderurgica Gary, nel 1967 fece firmare a Joe Jackson il primo contratto dei Jackson 5. Con la Steeltowm incisero alcuni singoli. Esordirono con “Big boy” nel quale la voce infantile di Michael aveva già il fascino che avrebbe deciso il suo destino.

http://www.youtube.com/watch?v=4-mqVVj0PyU&hl=it


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