20 novembre 2009

Recensione: "Le ceneri di Angela" di Franck McCourt

LE CENERI DI ANGELA di Franck McCourt



© 2008 Adelphi Edizioni S.P.A. Superpocket
ISBN 978-88-462-1012-8 Pag. 377 € 5,90


Le ceneri di Angela è una storia vera, il protagonista lo scrittore.
Ciò che colpisce di questo libro è che l’autore non ha semplicemente scritto la propria biografia, ma l’ha scritta facendola raccontare del piccolo Franck McCourt; narrandola dal punto di vista di un bambino di 4 anni.
Dice l’autore: “Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice e cattolica è peggio ancora”.
Questo romanzo ha vinto il Premio Pulitzer e il National Critics Award. Leggendolo non ci si sorprende che possa aver ottenuto dei riconoscimenti così prestigiosi.
Il piccolo Franck ci racconta di come sua madre e suo padre, irlandesi, si siano conosciuti e sposati a Brooklyn. Lui è nato nel 1930.
Il rapporto col padre è di amore-odio intenso. Malacky è un padre meraviglioso quando racconta le favole e se lo prende in braccio; un genitore vergognoso quando torna a casa ubriaco. Quando per miracolo riesce a trovare un lavoro, ma si beve tutta la paga e subito dopo perde il posto.
Angela è sua madre e le ceneri… le ceneri sono dove i suoi occhi si posano quando non sa o non vuole rispondere; troppo stretta dal dolore. E le ceneri sono anche i tanti figli nati e morti infanti: una bambina e due gemelli maschi, oltre agli aborti subiti.
Franck cresce tra fratelli che dopo poco scompaiono e, altri, che come gli racconta il padre, vengono lasciati dall’angelo del settimo scalino. Alla tisi e alle tante malattie di allora sopravvivono Franck, Malacky junior, Michael e Alphonsus, ai quali è dedicato questo libro.
I ricordi del piccolo Franck si snodano nel periodo temporale che va dal 1930 al 1946. Fra la miseria più nera, ci mostra le case nelle quali vivono, crescendo a pane fritto e acqua e zucchero. Con dei vecchi cappotti pulciosi per coperta.
Il realismo più assoluto, la sofferenza più acuta, le delusioni più cocenti; ma anche il sorriso di chi, bambino, vive nell’ingenuità e pertanto sopravvive senza sapere nemmeno come.
E ci mostra, ancora, la cattiveria delle persone, per la quale non c’è cura.
Franck nasce in America, ma la famiglia è costretta a tornare in Irlanda. Qui, il padre non saprà mai trovarsi un lavoro e anche quando, insieme ad altri padri di famiglia, andrà in Inghilterra a lavorare in fabbrica; non invierà mai a casa un soldo, bevendoseli tutti.
Infine, il ragazzo ormai sedicenne, riuscirà a imbarcarsi e a partire per l’America, dove spera di fare fortuna e poter riunire la sua famiglia.
Il libro è dolorosamente divertente, perché le battute ingenue e la visuale priva di malizia del bambino, stemperano la drammaticità delle situazioni.
E’ profondamente sincero, a volte anche troppo, ad esempio quando Franck ci racconta della sua sessualità e dei suoi desideri.
E’ un romanzo che colpisce, che ci penetra nel profondo. A cui ci si affeziona, ridendo e piangendo coi protagonisti.
Si vorrebbe sapere cos’è accaduto, in seguito, al giovane Franck una volta giunto in America; ma poi si guarda il libro e ci si rende conto che Franck ce l’ha fatta.
Come riportato in copertina: “Il racconto sincero e dissacrante di un’infanzia derelitta, un protagonista indimenticabile. Un capolavoro di umanità e ironia”.




© Miriam Ballerini

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