14 maggio 2009

Poesia in Salento: Maria Pia Romano e la settima stella

di Augusto da San Buono
Un testamento liquido.
Chi è Maria Pia Romano? E’ presto detto. “Un’innamorata del silenzio/ che scrive storie di pelle e di mare”.
L’ immagine che ho di lei è quella di una ragazza salentina intelligente, bella, colta , piena di vitalità, sportiva ( una sub vera e propria con tanto di brevetto, una sirenetta, di quelle che “possono amare solo ciò che scorre” ) , con un neo veneziano sulla guancia sinistra e lunghissime ciglia nere ( “Ho ciglia lunghe per dissetarmi d’ombra”) sotto uno sguardo di velluto , sognante , che scivola sulle cose invisibili , che crea le cose che nascono dal nulla , dalla trasparenza degli atomi , “dai granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia” . E’ una che scrive da molti anni, da sempre. Scrive per professione ( è giornalista), ma anche per diletto, per vocazione, per dannazione. Scrive ogni giorno che ha fatto Dio , per celebrare un rito , per farsi un ‘anima , o un supplemento d’anima . E scrive di mare , metafora dell’inconscio , che è forza creativa e distruttiva, come nella sua ultima silloge di poesie , “ La Settima stella “ , Besa, Nardò, 2009”, - che mi ha inviato , con una splendida e lirica dedica personale . Poesie dense e intense, piene di simboli, miti, metafore , rinvii , roba da doppia o tripla lettura , poesie che parlano ovviamente di mare , ma anche di silenzi. E di Sud , “tra foglie di tabacco e pieghe d’anima…sapori di mandorle …silenzi incurvati…notti dei coltellii”, con case bianche che sudano scirocco, con pescatori vuoti con le reti in mano , lenzuoli al vento , lidi murati, rosari di salsedine, conchiglie e terrecotte, “notti immobili e sogni lasciati seccare al sole…collane di sogni che non hanno ganci per chiudersi” , fatti di cieli scomposti e di armonia di stelle , di giorni azzurri e solitudini . Sogni pieni di volti, lasciati, perduti, ritrovati, svaniti, volti comunque amati. E noi avvertiamo, sentiamo ancora quelle grida di vento , quel sudore di pietra , quelle preghiere e lacrime di speranze nate nel dolore , vediamo quel teatro del pathos di naufragi e sconfitte , quel ricettacolo di ricchezze dove si mescolano le cose più strane, folli, misteriose, (voci di flauto e di conchiglie colorate) e impreviste di questo suo “testamento liquido”: Sono acqua / ora che il corpo giace / sul fondale dipinto / e l’anima mastica vagabondaggi di sale”, ( vds. pag. 11). Il suo è un atto di fede (“ Mi fido della bellezza aperta del mare”) nei confronti di quel mare degli eventi della storia , mare invisibile ad occhio nudo, dove servono più di mille parole per trarne una sola essenza , una sola goccia, che è amara, salata come una medicina che fa bene , ma non sempre guarisce. E’ un atto di fede anche nei confronti del suo Sud con la esse maiuscola , nonostante le mille e una difficoltà di natura esistenziale: “So che la mia vita è qui/ Nella terra che non capisce le mie lettere./ Eppure conosce il mio alfabeto./ A Sud. “ (vds. pag. 28) .
Maria Pia cerca di tradurre la musica che fanno le onde nella propria lingua , che è misera , insufficiente, incapace di esprimere il suo pensiero fulmineo ( troppo veloce per le parole) che le attraversa la mente come un lemure notturno. Seguirla su questi sentieri , in queste traiettorie “che sono parabole di vento” significa per uno come me ri-attraversare tutte le spiagge interiori del mondo , sentirmi di nuovo scorrere i minuti , le ore, i giorni, gli anni tra le dita , avere il tempo di ri-ammassare abbastanza giovinezza per ricominciare da capo il tran tran del lunedì mattino ; significa tenere nascosti nei taschini sconosciuti che ci cuciamo sotto la pelle tutti quei pensieri strani, quelle fantasie un po’ morbose , quelle astrusità che ci frullano per la testa , e poi , zac, farne una collana e infilare parole come perle una dopo l’altra, come fa la zingara quando ti legge la mano e scruta , e sente percepisce le tue reazioni. Una rosa di verbi , sostantivi e aggettivi che ti ri-creino quel soprassalto di emozioni. Senza mai dimenticare che Maria Pia ha mani da funambola, è una sensuale affabulatrice, una fromboliera, una prestigiatrice di parole con cui scrive il mondo, le cose e i desideri, i viaggi , le distanze, le mappe, le rotte, le partenze e gli arrivi che non ci sono mai stati. Stare dietro a lei significa perdersi in quell’ebbrezza e , insieme , in quell’ affanno leggero di carezze di vento e parole che ti prende la mano , e che vorresti raccontare , ma sai che non ce la farai mai , è un’impresa assurda, troppo difficile , è materia impalpabile, una cosa da fiaba, come “la favola degli amanti blu / che volevano contare le pleiadi…quel letto di velluto /sospeso a mezz’aria/ sulla pelle delle stelle” (vds. pagg.69-70). Per raccontarla , quella fiaba di mare , quella storia segreta , ti devi denudare , spogliare completamente di tutti gli abiti materiali e spirituali , devi farti leggero , senza peso , e toglierti tutte le maschere possibili, e alla fine non basta ancora. Devi strapparti anche la pelle come un San Bartolomeo (“Ero senza pelle / quando le impronte/ dei miei silenzi/ hanno iniziato a sanguinare” ( pag.11) . Ma “non a tutti è dato/ di sentire il ritmo segreto/ del mare… Non a tutti”( pag.75) .
Solo ai poeti.
C’è sempre un sottofondo i malinconia nei versi liquidi di Maria Pia , versi ermetici e surreali , fabulosi , ondulati, scabri , metafisici , “ frantumati come coriandoli …come sassolini levigati dal mare su una spiaggia infinita” , scrive nella postfazione Giovanni Invitto. Versi pieni di sinestesie che hanno sempre quel grammo di forza in più che fa barcollare , e voci, tante voci , una ridda di voci e silenzi , trasuoni , e sussurri tra i mandorli , ora lievi , ora densi , sabbiosi , sognanti , danzanti . Sono i versi di una funambola sempre tesa sulla corda alta del lirismo , che usa ora il clarinetto, ora il violino, ora il violoncello , una scrittrice che ha esigenze di rinnovamento, di proporre un suo discorso poetico che si basa su materiali linguistici eterogenei ( la prosa lirica s’alterna ai versi), ma che conserva sempre un legame con la tradizione letteraria più recente , sia nelle scelte metriche che sintattiche . C’è una evidente aspirazione alla leggerezza , non a quella falsa di oggi in cui si celebra “ la leggerezza col passo/ stanco d’elefante imbardato del circo”, ma a quella virtù di cui parla Calvino nelle “Lezioni americane”: togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città…. trovare un ritmo interiore , svincolarsi dalla morsa della pietra, volare, magari avvalendosi dei sandali alati di Hermes tra i venti e le nuvole, come gli amanti blu che “ danzando/ in punta di piedi/ sulla spada, il pugnale e la cintura d’Orione/…s’inventarono la settima stella/ nel miscuglio di seme di sesamo e riso/ che apre le porte/ all’impero dell’acqua”.(pag.70) . Ed ecco che abbiamo svelato ( anzi è lei stessa che lo fa , nelle ultime pagine del suo libro ) , il mistero del titolo della silloge. E qui potrebbe finire il nostro viaggio con Maria Pia –Settima Stella –Luce- Poesia , che abbiamo conosciuto fanciulla alle prime armi, quando veniva ai concorsi letterari de ” l’uomo e il mare” accompagnata dal padre che non la lasciava neppure un istante , proteggendola con lo sguardo corrusco e gonfio di apprensioni. Veniva , vedeva e vinceva, naturalmente, come una Cesare in gonnella , perché aveva talento. E già d’allora le sue poesie erano liquide e ambigue , fatte di sospiri , raggi luminosi e immagini ottiche , da sogno di una notte di mezza estate , ( “noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni” ) , di quel crocevia di paradossi che è il mare , “la ballata liquida , l’antico pulsare /della vita / aggrappata alla luce” (pag.18). E siamo alle curve del cuore. Potremmo concludere qui dicendo che la sua poesia ha una sua originalità, un suo timbro , una sonorità, uno stile autonomo e riconoscibile , pur navigando sulla scia di grandi modelli surreal-ermetici-simbolisti, a partire dal leccese Vittorio Bodini ( una vergogna , dirà Maria Luisa Spaziani , che un poeta grande come lui , il miglior surrealista italiano, sia stato messo in una sorta di limbo ) , coi suoi tramonti macellati, il sole nero, la luna dei Borboni, la terra del “nu”, un Bodini tutto femminino che esorta la Puglia a risorgere nei coralli del suo mare, negli urli del vento, nella terra d’ostriche e di lupi mannari , nella calce bianca e azzurra . E dopo Bodini non possiamo dimenticare i tributi che la Romano deve ai vari Pagano, Fiore , D’Andrea , Verri, De Donno, Toma, tutti poeti della sua magica terra …e poi il Montale di Ossi di seppia, il Montale delle pietraie bruciate dal salino di quella Liguria trasfigurata in una terra senza nome, che somiglia tanto ad alcuni tratti della costiera salentina, quella che va da Leuca a Otranto che è irta, arida, scoscesa, scabra, ruvida. Tu la vedi e pensi all’odore di limoni, a quel profumo che è proprio della gente che vive sul mare, che t’invade e ti occupa , e ti fa piovere in petto una dolcezza inquieta; ed è come lo scroscio di canzoni gialle, trombe d’oro e di solarità…Ecco , nei versi della Romano riecheggia tutto ciò e anche altro, voci che appartengono al panorama dei poeti della leggerezza come Leopardi con la sua luce lunare e la sensazione di levità, sospensione , silenzioso e calmo incantesimo, Fabrizio De Andrè , il più volatile , dolce , musicale ironico sentimentale e tenero dei cantautori , o il Baricco di “Seta”, con la sua musica bianca , il Debussy de “La mère” , Pavese con le sue fughe nei mari del sud , e la sua fatica di vivere , i maudit francesi, Lorca, Eliot, Guillèn, Neruda, infine la Emily Dickinson , la signorina di bianco vestita , emblema del silenzio e della solitudine , che oscilla , come Maria Pia, tra la vertigine e l’abisso, tutta poesia dell’invisibile , poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, dei granelli di polvere, dell’occhio del giorno (che)/ sa di fritto e di umido ,della carne delle mandorle , delle prugne gialle ( che) cadevano dal cesto/ come biglie in fuga , del cuore della pioggia , della bellezza che si beve ad occhi chiusi , dei cavalieri tristi , dell’inno della gioia che deve ancora venire, delle preghiere di salsedine, delle sue incredibili dita agilissime , da novella Aracne , che tesse ragnatele che si avvolgono dentro di noi e ci catturano , senza che ce ne accorgiamo. Siamo suoi prigionieri per sempre.

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