21 aprile 2009

Libri: "La rivoluzione contro il medioevo" di Pietro Ferrari

Cosa vuol dire “medievale”? Cosa vuol dire “rivoluzionario”?
Pietro Ferrari se lo chiede con questo saggio coinvolgente e affilato, e nella sua lucida ed impietosa critica della modernità, assume e conclude che il Medioevo e la Rivoluzione non sono fenomeni storici o culturali più o meno prossimi a noi. Sono piuttosto categorie dello spirito. Come si può pensare, allora, leggendo il libro di Pietro Ferrari, che la Rivoluzione sia una categoria dell’oggi mentre il Medioevo appartenga al passato? La Rivoluzione contro il Medioevo non è il pamphlet di un nostalgico, è piuttosto il canone argomentato e rigoroso di un intellettuale che propone un modello, non solo una weltanschauung, che possa ridare un senso, essere una sorta di bussola alla condizione smarrita dell’uomo contemporaneo. Nihil novi, direbbe qualcuno: Massimo Fini ha già fatto qualcosa del genere, e per molti versi Marcello Veneziani e Franco Cardini hanno in più scritti accennato riflessioni e spunti analoghi. Però Pietro Ferrari dimostra dov’è l’inganno, svela quello che la rivoluzione ha tatticamente e violentemente coperto, dà voce e memoria a momenti della storia che sono stati cancellati per motivi che ai più appaiono inspiegabili e che sono invece le ragioni stesse del delirio relativista che pervade il nostro tempo.
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Fonte: Edizioni Solfanelli

19 aprile 2009

Antonio Leonardo Verri, pensionante dei Saraceni

di Augusto da San Buono

Premessa
…Ed ad un certo punto , in quel Salento addormentato, decentrato, periferico, pieno di sogni polverosi , dove mai nulla accadeva se non quel continuo fisso battito verso i cieli , in quel Salento vedovo dell’orfismo del conte Comi di Lucugnano , travestito da Giovanni Della Croce ; vedovo del lirismo surreal-ermetico barocco spagnolo di Bodini e del simbolismo raffinato di Pagano, geniale raccoglitore di gatti neri e cicche metafisiche (“non si può fare a meno dei sognatori, o dei conoscitori della volta del cielo, come non si può fare a meno dei librai e dei barboni”) , alla fine degli anni ’70 apparve un nuovo profeta , il Pensionante de’ Saraceni , un contadino di Caprarica di Lecce, alto, barbuto, con un occhio strabico e dall’eloquio incespicante. Era anche lui un irregolare , un maledetto, uno di quei “giocatori da superbisca” con la stecca , il gessetto e la sigaretta tra le labbra , sempre ai limiti del crollo nervoso, “ma disposto a giocarsi tutto nel giro di pochi minuti”. Si buttò a capofitto nella letteratura, una full immersion di Vittorini , Pavese , Calvino , Gadda, Bodini, Sinisgalli, Scotellaro , Beckett, Jonesco, Whitman , Queneau , Joyce , i maudit francesi , fin quando capì che il “ladro di fuoco” rimbaudiano era lui: “A suo carico sono l’umanità , e perfino gli animali; egli dovrà far sentire , palpare, ascoltare le sue invenzioni; se quello che porta da laggiù ha forma darà forma; se è informe , darà l’informe. Trovare una lingua , un linguaggio universale”. E’ tutto lì il problema. E quindi dovrà accettare le sue insidie, addentrarsi in quella foresta di significati per riemergere con immagini figurali, nuovi linguaggi, strumenti avanzati, amalgama incosciente di dati,suoni, colori, segni, oggetti, che non avrebbero trovato mai una sistemazioni definitiva . La sua opera si sarebbe nutrita continuamente di tutti i materiali possibili della realtà e dell’irrealtà , forse sarebbe servita a qualcosa, a qualcuno, o forse non sarebbe servita a niente. Comunque , lui , questo pensatore liquido e feroce , questo pensatore humoresque e tragico , che sentiva la necessità di una memoria fedele, e che era in ogni storia , - sasso , cristallo, salmone azzurro, cane , cervo, capriolo , vanga e trivello, fucina e gallo bianco voglioso di galline - avrebbe accettato di ferire e farsi ferire dalla realtà. Quello che è certo, disse, è che scrivere non è un mestiere innocente . “Per un narratore, - dice Salvatore Colazzo -per quanto sappia trattenere il respiro, sono troppe le crepe, le ferite: in lui la parola tende a moltiplicarsi ancora –“echi. Echi, solo echi”-, diventa concrezione che cresce e si autoalimenta, spurgo forse…”
Del resto , Dio acceca chi vuole e illumina chi vuole, a colpi di luce sbieca. Noi , da oggi, dice, dobbiamo finirla sia con le seghe celesti che con la teoria degli amministratori della polvere che si moltiplica in modo impressionante. E continuò a coltivare , fino all’ultimo respiro, l’impossibile sogno di chiudere il Mondo dentro un libro, “un libro – scrive Astremo - infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita”
1. Parole di carta
Oggi Antonio Leonardo Verri avrebbe compiuto sessant’anni, se – come scrive Maurizio Nocera nel suo “Antonio, Antonio, o dell’amicizia”, Il Laboratorio, Lecce, 2003 - un poemetto, un lamento alla Garcia Lorca - non gli avessero spezzato le ali “all’incrocio del bivio dell’amore , /sul quinto ulivo della strada/ attraversata dalla civetta vecchia malridotta/ e cornuta pure”. Era il 9 maggio 1993 e quella morte , per un incidente stradale , pose fine ad un movimento letterario salentino importante , ad un Gruppo d’avanguardia che aveva creato lo stesso poeta di Caprarica di Lecce circa vent’anni prima, con “Caffè Greco” e “Pensionante de’ Saraceni” (fogli volanti di poesia che si vendevano ai passanti , ai semafori , a cento lire o anche a meno ) , partendo dal suo piccolo paese, un microcosmo , una sorta di Macondo salentina , centro dell’universo. Ma “forse la morte non porta via tutto”, aveva scritto lui in occasione della prematura scomparsa di un altro poeta salentino , il magliese Salvatore Toma, che lui stesso aveva scoperto, (se ne andava in giro, col lanternino , a cercare i suoi simili, i “selvaggi” come Edoardo De Candia, Claudia Ruggeri, Anna Maria Massari , gente lunare , inadatta a vivere su questa terra). Ma chi era Verri, questo fabbricante di armonie , questo cercatore di parole che non sapeva parlare ( balbettava) senza una “lingua di carta”, ma sapeva usare l’arte suprema della parola che illumina senza farsi troppo capire? Era , appunto, un mago di parole , “ parole che dicano, che facciano fede ai diversi e a volte strani momenti della mia vita, che molti dicono povera” , parole che riusciva a infilare nei ripostigli più segreti, un prestigiatore che le srotolava nei tappeti più colorati , le faceva cantare con voce di violino o contrabbasso ; “perverso amante del neologismo sfinterico, - scrive Astremo - per la necessità vitale di costruire un mondo possibile alternativo, fatto di grafemi, fonemi, lessemi dotati di una loro autonomia”, Verri era uno che con le parole scriveva il mondo, le cose , i desideri , le attese, le speranze, la vita, ma anche la morte, quel viaggio verso l’oro e il buio che sapeva essere prossimo . E allora cominciò a sotterrare i suoi sogni.( “Ho solo vuoti , solo amarezze, sbandamenti, il candore di sempre, che non riesce a vivere in modo regolare con le Pasque e i Natali al posto giusto”) . Le parole , (la sua lingua di carta ) , forse avevano perduto la fluidità, l’allegria , la magia , il loro potere divinatorio, non riusciva più a trovarle , gli restavano nelle mani, “nelle palme congiunte “ Quelle storie di carovane piene di tagli di luna adriatica e di confusione di luce e di blu che tutti chiamavano mare erano un groviglio di respiri, sensazione di ambra e corallo, l’abbraccio forte del padre, il bacio sulla bocca , il gesto veloce della mano piena di dubbi, lame scure e aperte , il sentimento di sconfitta, il senso di pesantezza, l’inciampo. Le parole ormai non lo consolavano più delle sue fatiche immani, delle perdite, rinunce, sfinimenti , bruciature, ferite . Aveva il vecchio cuore “tagliato a spicchi , non ancora del tutto sbrecciato , inesploso, il solito vicariante corpo squassato dai vecchi soliti colpi di tosse , il solito inverno (col solito lardo, con le solite cotiche , col solito vino) , il solito mattino che cola dall’argento dei cavoli e l’urgenza di ogni cosa …E il correre stolto , e il correre continuo , con ali bianche , quasi senza corpo , verso il solito albero d’oro , verso il solito vecchio profumato Eldorado”
Quando il suo grande corpo da antico messapo , la sua barba intinta nell’inchiostro saraceno , quella perfetta scultura di contadino che sa di terra senz’acqua rocce cardi spine sudore fatica sangue, quella figura di orco tenero e barocco che accarezza i bambini , grumi di carne e sangue tremanti e singhiozzanti, nelle sue manone impacciate , si è ormai ridotto a cadenza di memorie accartocciate , e lo spirito gli sollecita la fine eterna , eccolo vedere con estrema lucidità l’inizio e la fine , eccolo pensare , magari per un attimo, che avrebbe potuto essere l’essere dell’essere solo che “amore lo avesse colpito bene alle viscere ,al momento giusto”. In fondo , - aveva ragione il vecchio Totò Franz Toma - è bastato un fanciullo tenero e furente, pieno di irrisioni , deliri, sogni e incantamenti , come Rimbaud , a sconvolgere tutta la letteratura occidentale. E’ stato lui per primo a cercar scampo dall’ipocrisia e dalla menzogna , a rigettare la logica che presiede tutto il nostro sistema di pensiero e di forma , a ritrovare nel primordiale , nel selvaggio l’impatto bruciante e puro con il vero. E’ stato lui a risvegliare la parola dalla sua tradizionale funzione evocativa e simbolica, per ravvivarla e immedesimarla con la cosa presente. Tutte cose che il poeta di Maglie sapeva per istinto e a suo modo aveva imitato il grande “Rembò” ( entrambi erano morti giovani , per eccesso) , e che lui , invece , il vecchio “Ar”, ormai quarantaquattrenne , aveva tentato di mettere in pratica, ma forse non c’era riuscito. Lo avrebbero ricordato , soprattutto, ( così scrive sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” Raffaele Nigro, scrittore di fama consolidata , e suo adepta al tempo della “rivoluzione Verri”) come grande organizzatore culturale, carismatico tessitore di una nuova trama di fili rosso Salento, in cui –dice Salvatore Colazzo - venivano scoperti ( o ri-scoperti) personaggi geniali variamente creativi, alimentati da una cultura complessa, antica, misteriosa, capaci di dialogare col mondo, rivoluzionari, sovversivi per interiore esigenza di esplorare l’aperto, il diverso, l’oltre; angeli terribili della parola, del colore, del suono che incarnavano l’inquietudine, la disperazione , l’irrisione, la luce e l’ombra, lo stupore delle cose e il furore distruttivo che è insito nella creatività. Le riunioni , le celebrazioni, i riti di questa setta iniziatica che mescolava un po’ tutto, psicanalisi, letteratura, pittura, folklore , politica, avvenivano spesso presso il Mocambo di Sternatia , in cui si beveva fino allo stordimento, all’obnubilamento. Ed erano queste le conseguenze dell’amore per l’arte e la poesia, cose per nulla innocenti, dice Verri, che creano una serie di sbandati, di vagabondi in cerca di spigolature nei prati dell’infinito, scompiglio, singhiozzo , dolore e un mare di silenzio.
Niente di nuovo, del resto, disse una volta . A volte mi pare che quel che scrivo sia già accaduto…
2. Guisnes e la Betissa.
Forse prima di morire ricordò quando tornava a cavallo coi trofei della città di Guisnes , e spaziando già nel rigo , nei segni, non riusciva a contenere la sua lussuria e la sua baldoria , e rapiva una donna coi capelli di tabacco , le punte del seno scure come more, gli occhi di rondine . E beveva nella tazza antica della sua mente cercando il sapore avvelenato e forte della storia che tracimava, Cretesi Messapi Spartani, Bizantini, Saraceni, Turchi , e la perpetua città di Guisnes , là davanti , al traguardo dei novanta gradi , insieme a Nocera , fotografati da Bevilacqua in una sfida grottesca; ecco le ombre di Guisnes (alias Gardignano) che si gonfiano e si avvolgono e dilatano, complottano , radendo i muri…
Verri ha sempre cercato il pericolo, come un rabdomante cerca l’acqua. Anzi, era lui stesso che creava il pericolo, sceglieva il sentiero più stretto , e portava sulle sue spalle tutta la montagna molliccia di Guisnes, che era poi il peso di tutta la terra, una vecchia ruota niente di più…”Alzo la terra , non mi serve sapere l’ora , forse non mi serve capire perché un mugnaio scriva una cosmogonia o un fornaio un trattato sulle forme…” Oppure provava ad assaltare il cielo , a balzare verso il cielo , a drizzare la schiena in un volo disperato , come aveva visto fare a un pianista negro al pub di Maglie, ma non c’era niente da fare . Non c’era mai riuscito . Non ci sarebbe mai riuscito. Lui era angelo da pollaio , come quello di Marquez . Le ali ce l’aveva , ma non servivano. Avrebbe continuato ad andare in giro come un disperato , per altri inferni, sempre pieno di strazi , sguardi di vetro e di cieli ricolmi di stelle da far male. Per ogni abbraccio, per ogni nuova forma di luce e d’amore non avrebbe ottenuto altro che risucchi ritmati , colpi in gola , rantoli , coltellate al cuore. Era Rimbaud , con la sua dolcezza mortale e l’insolente pietà , alle prese con le vocali, con una grossa vocale (che passione!) ; o un architetto che costruiva le sue città invisibili , luoghi speciali , paesaggi urbanistici dove liberare viaggi e fantasia . Geometra, musicista, pittore, aviatore , era uno scrittore intento a dare un’ombra inclinata al testo, al suo progetto di scrittura , il famoso “declaro”, il declarus di Fra Senisio il siculo che nel ‘300 aveva scritto uno straordinario atlante linguistico. Aveva detto che non sarebbe morto se non avesse scritto il declaro, la summa della sua scrittura , della sua poetica, della sua ragione artistica , della sua stessa esistenza . Lì c’era tutto un magico equilibrio di contrari e un solido riparo all’amore per sua madre e la sua terra. “Stefan ha un Declaro per la testa, libro di libri, di parole e basta, un declaro che pretende il sacrificio, la scancellazione di qualsiasi cosa. E allora il corpo viene invaso da parole; più le parole crescono e più il corpo si ritrae, diventa l’ombra di una mano sopra il foglio”.
Affannato, insoddisfatto, annota, riscrive con foga il Gran Libro , opera con dubbi incertezze tormenti angosce timori e tremori , non sa veramente di che si tratti ; sa solo che è quello il suo impegno su questa Terra , questa mostruosa e affascinante “Betissa” , questa donna – scrive Fabio Tolledi- dalla fica dentata , marchingegno e divina creatrice , abnorme ammasso di carne e di luridume , di strabiliamento e di desiderio, di miasma e di profumo, di seduzione assoluta e di orrore , che è compresenza ambivalente della madre e della terra madre .
3. Vi lascio la città
Sa che deve lasciare tutto , e lo dice , con la sua lingua di carta , Vi lascio la città, proprio non mi va di scrivere , non posso continuare a concepire nelle immensa bocca di questo libro, vi lascio la città , è tutta vostra , una volta era rossissima , porosa e si rifletteva nel mio occhio strabico , nelle mie misurazioni, nelle mie balbuzie , nelle mie ire orgogli , brutture , timori pianti…Vi lascio la città , consumate quel che vi pare , non ci sarà più pomeriggio né domenica sul mio declaro , non ci saranno più le mie grida , né le vostre, ora non ci possiamo più capire. Guissnes è così rossa e putrida che solo riesco ad alzare la terra …vi lascio la città , non siamo più credibili …il libro è vuoto come un imbuto come un fondo blu…Prendetevi la città se volete rincorrere il gran libro che io non ho potuto fare , perché era utopistico, e perché non avevo più tempo...
Ma il suo peccato era molto più grave e non gli verrà perdonato. Aveva cercato di saccheggiare gli spazi del cielo , gli spazi del dio geloso , di rovesciare , con il suo arco , l’iddio geloso. (Mi portai nella cella una ragazza viva dal seno duro e l’anca delicata simile ad una viola fiorentina. E le chiesi d’insegnarmi un po’ d’orizzonte e vidi le mani del tempo che viveva attaccato ai muri della mia città, udii le voci e la linfa dei tronchi che vi scorrevano dentro).
Sa che occorrono molti scontri con i mulini a vento affinché uno decida di ammettere la realtà. E la realtà è “che un artista non fa ciò che vuole , ma ciò che può”. Ma non ha rimpianti . Non è più tempo di rimpianti per questo inguaribile e invincibile visionario, “ In fondo ogni parola è adorabile , anche la sciocca, la usata , che tutto sia un miracolo, la neve il pane la madre Otranto il rossore le fughe i marchingegni della notte le ragazze mulacchione le scoperte la scrittura il Turco dolce e un candore che non finirei di raccontare…” Sembra quasi un addio del giovane Holden.
Tutte queste cose Verri le ha scritte , in vent’anni di giornalismo letterario e di editoria alternativa , di sperimentazione linguistica e creativa, e altre ne aveva nella mente, insieme a colori, profumi e musica felice, l’odore del pane, il ritornar leggero a volare, le coltellate di luce, la fuga per la vittoria, la sabbia , la fatica , la barriera dei propri occhi, la fica , il sentimento dei muretti a secco, l’emozione della mani segnate del padre, delle rughe della madre, foreste palazzi e risate , le sciocchezze , le bevute , i prati e un po’ d’orizzonte per vedere odalische e cammelli e distese di sabbie roventi, da quel gran Saraceno che era. Avrebbe voluto reincarnarsi nel Galateo ( al secolo Antonio De Ferrarsi) , che aveva saputo interpretare stupendamente, alla grande nel suo “Fabbricante d’armonia”, un’umanista che ritrova se stesso e la sua identità nel ritorno nella sua terra, fra la sua gente. Un brano davvero esemplare: "La gente, qui, per me, come vi dicevo, ha il colore del mare, ha l'andatura di un'onda, il cuore negli occhi, un corpo azzurrato, perfetto...è stupenda questa gente...anche nel dolore, anche quando urla, quando impreca...: questa gente ha l'umore di questa terra, cresce con essa, ad essa confida i suoi mali, le sue gioie, i suoi dubbi, le sue ondulate tristezze... Qua si impreca alla morte, come vi dicevo, si grida...i paesi, qui, parlano con le campane, con le campane si annuncia un po' tutto - e il suono spande la sua ombra su distese di fieno e due vecchi sulla chiesa sono una carezza d'infinito: l'infinito si può scovare dappertutto in questo, e ogni cosa, ogni persona, ha un suo particolare stupore, dolore... Succede così anche a me...”
Ci rimangono i suoi lavori, da “Il pane sotto la neve” a “ La Betissa, storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora “ (un testo – scrive Tolledi , di una densità poetica assoluta , di una densità altra che poco ha a che fare con l’intonaco putrido delle identità salentine , con la biacca plastificata della morte da depliant turistica di cui in questi ultimi anni abbiamo immellassato i nostri occhi e ciò che resta del nostro cuore ) , da “Fabbricante d’armonia ( la ricordata biografia del Galateo) alla “Cultura dei Tao” ( “folletti dell’aria con dentro il salentino mao e il veneto bao) da Il naviglio innocente a Il suono casual, da Bucherer l’orologiaio (postumo) a “ I trofei della città di Guisnes”, (che taluni considerano il suo capolavoro , “un libro troppo importante per la letteratura italiana d’oggi”, un libro che evoca Calvino, Kafka , Gadda e Wells, con una storia allusiva e angosciosa del mondo di domani , con dentro un sacco di cose nuove , il pastiche del linguaggio sperimentale, magmatico , vischioso, con le manipolazioni del dialetto, le architetture e l’urbanistica che sorregge una città tutta mentale , un libro che forse troverà gloria tra cinquant’anni, quando si avvererà la sua profezia) , al Quotidiano dei Poeti (“Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia/ ai politici, gabellieri d’allegria) , impresa utopistica, folle, che si realizzò e diede a Verri e al Salento due settimane di notorietà nazionale , tutte opere che solo grazie alla grande ostinazione, allo sforzo, alla venerazione e all’amore profondo del gruppo di amici che hanno creato la Fondazione Verri, che tengono in piedi uno spazio e una biblioteca - archivio dove sono confluite le sue carte , oggi abbiamo la possibilità di leggere , di apprezzare e valutare. Alcune di esse sono diventate quasi oggetto di culto, come ad esempio i due grandi, enormi volumi curati da Maurizio Nocera, il mitico “Quotidiano dei Poeti” e “Pensionante de’ Saraceni” , che non era un saraceno a pensione , alias Verri, no. Ma un ignoto collaboratore del pittore Carlo Saraceni , che lavorava a Roma nei primi del seicento. “Verri ha significato per molti di noi – scrive Eugenio Imbriani – il piacere di incontri impensati con personaggi e cose elevati e curiosi, come il pittore di cui amava il nome e la storia e al quale ha intitolato forse la parte più cospicua della sua attività editoriale…” Ma Verri (lo sappiamo) amava giocare con le parole , amava le ambivalenze , e nel nome del pittore seicentesco , nel suo ignoto umile pensionante aveva visto come un lampo una figurazione un destino, una profezia , e vi si era rispecchiato , aveva fatto clic, un’istantanea con quella polaroid che aveva nella sua mente e fissato il quadro, per sempre.

Le geografia quantitativa

Nota enciclopedica

Per secoli la geografia si è dedicata alla scoperta del mondo, alla sua forma prima, poi alle grandi esplorazioni, alla descrizione dei luoghi, delle coste, dei rilievi. Quando poi il mondo ha preso una forma chiusa e compiuta, compito della geografia è stato quello di descriverne le forme naturali, le piante gli animali ed anche gli uomini, con il risultato di rischiare di confondersi con altre scienze come la geologia, la botanica e l'etnologia.

Alla metà del XX secolo però si è assistito alla cosiddetta "rivoluzione quantitativa" che, con lo sviluppo successivo delle possibilità di calcolo automatico, ha messo la geografia sullo stesso piano delle altre scienze positive, come la fisica e la matematica. Esponenti di rilievo di questa geografia sono stati Hagget, Racine e Reymond, i quali hanno portato un rigore matematico alla disciplina che prima non esisteva.
Ci sono poi gli esponenti della cosiddetta "Scuola di Lund", il cui capofila è lo svedese Torsten Haegerstrand, autori dei primi modelli matematici di diffusione spaziale, di grande utilità sia nel campo della previsione della diffusione delle malattie, sia in quello delle tecniche agricole, migrazioni, mode, abitudini alimentari ecc.
Un grande contributo alla geografia moderna è stato dato anche da studiosi tedeschi come Weber, Christaller e Loesch, i quali all'inizio del XX secolo svilupparono la "teoria delle località centrali", una sorta di trasposizione nello spazio umano della legge di gravitazione universale. In pratica i centri urbani sarebbero legati fra loro in maniera proporzionale al loro peso demografico ed economico, esercitando a loro volta una mutua influenza sui centri minori ed andando dunque a costituire una rete di relazioni dove i grandi agglomerati hanno un peso relativo maggiore rispetto alle periferie.
Nonostante tutto questo è difficile paragonare i modelli matematici sviluppati dai geografi del XX secolo con quelli della metereologia o dell'economia, che sono molto più complessi e completi. Questo è anche duvuto, secondo Frémont, al fatto che la geografia è una scienza incerta, "molle", perennemente a cavallo fra umanesimo e calcolo, e che ha in fondo bisogno di entrambi questi aspetti: non c'è vera geografia senza rigore scientifico, ma non c'è neppure senza la sensibilità e la consapevolezza dell'osservatore.
Frémont, autore del libro che è fonte di questo post, è stato un grande sostenitore degli studi geografici quantitativi, come quelli di Fernand Verger e Roger Brunet, senza per questo perdere la convinzione che l'oggetto geografico abbia inevitabilmente bisogno della sensibilità umana per essere osservato accuratamente. Il calcolo, in una parola, non basta.
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Autore: A. di Biase
Fonte: Armand Frémont - "Vi piace la geografia?" - Carocci editore
Fonte fotografica: Google
Rev. 050213 AdB

17 aprile 2009

Storia greca: le riforme di Solone, di Clistene, Efialte e Pericle

Nota enciclopedica
Quando, all’inizio del VI secolo a.C., Solone venne nominato arconte al fine di sanare i conflitti sociali che erano divenuti pericolosi per la comunità, si trovò a dover mediare tra le difficoltà economiche crescenti di una popolazione ridotta allo stremo dai debiti e le pretese aristocratiche di mantenimento dei propri privilegi.
Come del resto in tutto il mondo antico, in Grecia i prestiti avevano come garanzia la persona, quindi non onorarli poteva comportare la perdita della libertà perché il debitore poteva essere venduto come schiavo, anche all’estero. Solone proibì quest’uso ed attuò il cosiddetto “scuotimento dei pesi”, liberando gli attici dai debiti che gravavano sulla loro condizione di braccianti e, a volte, sulla loro libertà, ma non attuò una riforma agraria che ridistribuisse equamente le terre. Da questo punto di vista, egli non fu dunque radicale, attirandosi nemici sia da una parte che dall’altra, attuò invece una radicale riforma sulla base del censo, che conferiva privilegi in base alla ricchezza prodotta e che divideva la popolazione dell’Attica in quattro classi: gli arconti, quelli cioè che avevano un reddito di almeno 500 medimni, gli hippeís (i cavalieri, con un reddito di circa 300), gli zeugítai (contadini e fanti in battaglia, circa 200 medimni). L’ultima classe era quella degli thétes, i teti, che con meno di 200 medimni non potevano andare in battaglia ed erano dunque esclusi dalle cariche pubbliche.
Le differenze sociali non furono dunque appianate, l’accesso alle magistrature restò riservato ai migliori, ma a tutti i cittadini venne lasciato il pieno diritto di controllo dell’attività giudiziaria, anche attraverso l’istituzione dell’accusa nell’interesse comune, in pratica una possibilità di denuncia che poteva portare qualcuno in giudizio su richiesta di una parte non coinvolta, cosa questa che in origine non era prevista, sebbene sia molto diffusa nel diritto moderno.
Solone non riuscì nel suo intento di sanare le tensioni all’interno della pólis, tanto è vero che poco dopo il suo ritiro dall’attività politica il potere cadde in mano alla tirannide di Pisistrato (561 a.C.), tuttavia la riforma solonica segnò la svolta nella definizione delle istituzioni politiche della pólis, le quali da allora non smisero di funzionare.
Con Clistene, invece, il rimodellamento dello spazio civico fu più radicale; l’obiettivo, e cioè un rimescolamento degli Ateniesi che spezzasse i secolari legami gentilizi, fu ottenuto attraverso la divisione dell’Attica in tre settori, la costa, l’interno e la città, nonché attraverso la creazione di dieci nuove tribù prive di unità territoriale, ciascuna delle quali comprendeva tre trittie, una della costa, una dell’interno ed una della città. Il legame del cittadino al territorio era poi garantito attraverso l’iscrizione ad un demo, cioè un villaggio nel quale egli risultava residente.
Gli organi legislativi e di governo della pólis vennero quindi costituiti su base tribale, il Consiglio dei Cinquecento ad esempio, iscriveva 50 membri per tribù.
Sebbene artificiosa e molto ben studiata a tavolino, la riforma di Clistene si rivelò efficace e gli studiosi moderni sono concordi nell’attribuirgli la paternità di quella che noi oggi chiamiamo democrazia, questo nonostante l’opposizione di Aristotele, il quale nella Politica nega a quest’ultimo un’azione davvero innovatrice.
Un altro colpo all’aristocrazia fu portato da Efialte che, sfruttando l’emergere a ruolo politico della classe dei teti, la quale in passato non aveva avuto voce in capitolo ma che al tempo si era emancipata con la partecipazione agli equipaggi navali, i quali avevano dato ad Atene il ruolo di potenza marittima, Efialte appunto ridimensionò ulteriormente i poteri dell’Aeropago, l’antica assemblea aristocratica, alla quale furono lasciate solo competenze religiose e giudiziarie. Pagò con la vita il suo ardimento politico, ma la sua caduta portò alla ribalta Pericle, uno stratego di nobilissima famiglia (quella degli Alcmenoidi) il quale fece invece del rispetto delle istituzioni democratiche una prerogativa della sua politica, mai prevaricatrice, fondata su un grande carisma che non volle però mai dotarsi di un potere personale.
Le due principali riforme attribuite a Pericle sono:
- l’introduzione del misthós, cioè la pratica della retribuzione ai cittadini occupati in incarichi pubblici, cosa che divenne grande collante per la democrazia, pur introducendo elementi destabilizzanti proprio perché dava potere ai meno abbienti, ma spesso anche ai meno acculturati ed ai meno dotati, accusa questa mossagli da molti fra cui Platone.
- l’attribuzione della cittadinanza ateniese ai soli figli di padre e madre ateniesi, mentre in passato sarebbe bastato essere figli di padre ateniese. Questa norma ebbe conseguenze stabilizzanti sul piano sociale, ma ampliò il divario esistente tra cittadini e non cittadini.

Dopo Pericle inizierà il declino, che sfocerà nel IV secolo in una crisi delle istituzioni democratiche.
Le avvisaglie c’erano già state prima, quando il partito oligarchico aveva prontamente e sistematicamente denunciato la pericolosità di un sistema che coinvolgesse tutti, anche i meno dotati. Ci furono episodi di instabilità politica che ebbero ripercussioni sul piano militare, i quali a loro volta portarono a ripetuti tentativi di restaurazione oligarchica, compreso quello ben riuscito imposto da Sparta nel 404. I successivi tentativi di restaurazione democratica non poterono poi fare a meno di agire sul diritto di cittadinanza, ripristinando in merito la legge di Pericle, così come a partire dal 403 a.C. dovette essere introdotta la procedura legislativa della nomothesía, cioè la differenziazione tra le leggi (nómoi), approvate dalla commissione dei nomoteti, ed i decreti approvati invece dal démos, ai quali venne attribuito un peso minore e sui quali si cercò di convogliare le questioni meno importanti, proprio per evitare i pericoli della volubilità popolare.
Altro elemento di degradazione democratica fu l’estensione della pratica del misthòs, la retribuzione per le cariche pubbliche, per bloccare l’assenteismo ed evitare la paralisi.
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Autore: A. di Biase
Fonte: G. Poma - "Le istituzioni politiche della Grecia in età classica" - Edizioni Il Mulino
Fonte fotografica: www.comune.taranto.it

09 aprile 2009

Libri: "Henry Hastings" di Charlotte Brontë

Per la prima volta in traduzione italiana, il romanzo redatto nel 1839 rappresenta, per quel che concerne la prosa di Charlotte Brontë, l’acme del processo creativo preparatorio che dovette poi confluire nella sua successiva brillante attività di scrittrice. Il racconto appartiene al ciclo di Angria, grande saga immaginaria inventata nell’Ottocento dalla giovane autrice inglese in collaborazione con il fratello Branwell negli anni dell’adolescenza e nella quale i giovani autori riversarono molto del proprio vissuto e del loro forte legame. Bellissimo è proprio nel capitolo undicesimo questo passo, in realtà amaramente riferito al carattere di Branwell: …come un bambino, aveva inseguito per tutta la vita l’arcobaleno, e in quali abissi profondi questa ricerca l’aveva precipitato! Quanto spesso lo aveva distolto dai più seri propositi! In maniera speculare Elizabeth Hastings, poco appariscente e preoccupata del proprio modesto aspetto fisico contrapposto alla bellezza delle precedenti eroine di Angria, anche insofferente all’insegnamento, riflette la personalità stessa di Charlotte autrice e donna. Molto bello il modo in cui la voce narrante cerca di entrare nei pensieri della protagonista descrivendola in un momento nel racconto in cui è sola con se stessa: Non saprei dire se in quel momento i suoi pensieri fossero tristi o gai; ma sicuramente erano molto assorti perché ella aveva dimenticato cielo e terra e ogni cosa che le era intorno, grazie al fascino in cui essi l’avvolgevano.
Il lungo racconto, anche se ambientato nel XIX secolo, affronta temi e conflitti morali di grande attualità e attraverso la caratterizzazione attenta dei suoi tre personaggi principali contribuisce ad aggiungere nuova luce alla fama ormai immortale della Brontë, scrittrice appassionata, capace di esprimere una tensione emotiva che non conosce cedimenti nel corso della narrazione.
Corredato da un’esauriente introduzione, il libro cerca di rendere al meglio nella nostra lingua, attraverso una traduzione puntuale e pedissequa dall’inglese, il pensiero creativo che è alla base del testo.
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Charlotte Brontë nacque il 21 aprile 1816 a Thornton, nello Yorkshire, ma visse quasi sempre a Haworth. Condivise con le due sorelle Emily ed Anne e il fratello Branwell un’infanzia spensierata e ricca di ‘sperimentazioni letterarie’. La fama le arrise nel 1847 con Jane Eyre, romanzo che ebbe ed ha ancora oggi un successo incredibile. Scrisse altri famosi romanzi (Shirley, Villette) e nel 1854 sposò il reverendo Arthur Bell Nicholls, curato del padre. Morì però meno di un anno dopo, il 31 marzo 1855, nei primi mesi di gravidanza. Il suo romanzo The Professor fu pubblicato postumo.
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Maddalena De Leo, docente di inglese nella scuola secondaria di primo grado e socia della Brontë Society sin dal 1975, fa parte della sezione italiana della predetta società letteraria ed è consulente editoriale per l’Italia della rivista letteraria Brontë Studies. Ha pubblicato per le edizioni Ripostes: nel 2002 Componimenti in francese di Emily Brontë e nel 2004 il volume All’Hotel Stancliffe e altri racconti giovanili, anch’essi una novità editoriale nella nostra lingua. La risposta di Afşin Mediart - BIMED, Salerno, 2005 e Un’@ mica dal passato - Simone per la Scuola, Napoli, 2006, sono entrambi narrativa per ragazzi, con romanzi ispirati sia al mondo mediterraneo che anglosassone.
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Fonte: Elena Grande - Albus edizioni

07 aprile 2009

IL LIBRO DEI FATTI, ANCHE IN OMAGGIO
di Bruna Alasia

Il libro dei fatti”, bestseller italiano dell'informazione, versione integrata del World Almanac, dal 3 aprile è anche in omaggio a tutti coloro che acquisteranno un altro libro nei punti vendita Autogrill, grazie a un'associazione d'impresa editoriale fra l'Adnkronos Libri e la società Autogrill. La copia omaggio è in brossura, rilegato e con copertina rigida se viene acquistato in libreria al costo di 12.50 euro.
L’almanacco della notizia ripercorre storie e personaggi di tutto il 2008, in quasi mille pagine scritte con un linguaggio facile. E’ articolato in 33 sezioni, cui si aggiungono cinque inserti fotografici che illustrano tutti gli eventi italiani e del mondo in tema di gente, arte e spettacoli, sport.
Nella top ten dei fatti dell'anno ci sono le elezioni che incoronano Barack Obama, la crisi dei rifiuti in Campania, la caduta del governo Prodi e la vittoria di Berlusconi, la nascita di Cai che rileva Alitalia, la riforma della scuola; la lotta di Brunetta ai 'fannulloni', la crisi delle Borse e i XXIX Giochi Olimpici di Pechino, l'offensiva di Israele nella Striscia di Gaza, lo sport che vede sul podio Valentino Rossi e Federica Pellegrini.
Non mancano le scarpe lanciate contro George Bush a Baghdad, le nozze Briatore-Gregroraci, senza dimenticare il Sultano dell'Oman che strega Palermo. Negli spettacoli l’ Oscar ai fratelli Coen, la denuncia di 'Gomorra' di Roberto Saviano, Luxuria che vince l'Isola dei famosi.Sotto i riflettori pure i personaggi del mondo sportivo: da Marcello Lippi a Maradona designato ct della nazionale argentina. Ma ecco anche fatti curiosi, dalla 'munnezza made in Campania' finita all'asta su Ebay; senza dimenticare l’anziana signora che a Palermo chiama la polizia perché il marito di 82 anni ha preso il Viagra, all'uomo che in Cornovaglia tradisce la moglie su Second Life e lei divorzia davvero. Utilissimo a chi lavora nell’informazione, ma anche a chiunque sia curioso, “Il libro dei fatti” aiuta a comprendere ciò che è accaduto, dalla cronologia alla politica, alla cultura, all’economia, frugando tra i cambiamenti della società. Una tradizione che oggi spegne venti candeline.

Il libro dei Fatti
Adnkronos edizioni
In omaggio in autogrill
Euro 12.50 in libreria

Un giorno un angelo... di Daniela Benaglia

UN GIORNO UN ANGELO... Daniela Benaglia
© Daniela Benaglia 2009 Vitale Edizioni
Pag. 53 € 5,00
Per informazioni e acquisto
danielabenaglia@yahoo.it

Per la sua terza raccolta di poesie, l’autrice comasca Daniela Benaglia ha pensato di parlarci del suo angelo. A differenza della visione che tutti noi abbiamo degli angeli, cioè eterei e invisibili, quello di Daniela ha un nome e un volto: sua nonna Aurora.
A lei è dedicata la prima poesia e anche qualche altra all’interno del libro.
Dice l’autrice: “Credo che questo angelo mi sia stato veramente vicino fino a ora, accompagnandomi lungo tutto il percorso, quasi velatamente, aspettando che un giorno capissi il significato di queste belle parole, che mi rendessi conto di chi fossi e cosa volessi da me e dal mondo in cui vivo”.
Trovo istruttivo che un autore si mostri nudo davanti al lettore, che per primo ci dica cos’ha agito in merito per cambiare la sua vita, quale strade ha seguito per continuare a vivere al meglio. Vero è che per ognuno di noi ci sono vie diverse, ma utile è che, magari, si possa seguire l’esempio di un altro per sapere, perlomeno, da dove iniziare a cercare.
Con il suo amore genuino, l’autrice parla di sé, dei suoi sentimenti e del suo sentire, con sincerità.

TRA RAMI DI PINO
Nessuno ascolta questo dolore
mentre cado a terra esausta,
raccogliendo ferite.
………………………………….

Ogni poesia ha una data, per fissarla cronologicamente nel tempo.
Cresciuta, sia come età che come maturazione personale e di scrittura, rispetto alle prime due raccolte pubblicate (“Maturando” e “Amaro e amore” Otma Edizioni), lo sguardo di Daniela osserva la società in cui vive.

VALORI DI PASSAGGIO
… dove la gente
per nulla impazzisce
e dove ormai tutto
anche per poco
viene tirato a sorte?
……………………………

In particolare sottolinea il fenomeno dell’emigrazione, di chi viene nel nostro paese, senza pregiudizio, ma con spassionata curiosità e accoglienza.

VORREI UN GIORNO RITORNARE
E’ un perché grande,
immenso,
che fa sostare
quasi imbarazzati
per l’ingiustizia
di non essere al posto giusto.
………………………………………..

La poesia che più mi ha colpita e che vorrei riportare per intero perché lo merita è “La razza”, per quell’intenso pugno allo stomaco che produce in chi, come me, crede nella dignità e nell’uguaglianza degli uomini.

LA RAZZA
Quale
colore
deve
avere
un Uomo
per
non
essere
giudicato?

Dice di lei Roberto Bramani Araldi nella prefazione: “Credo che per Daniela la poesia, divenuta così consolatoria, sia un bisogno fisico, qualcosa d’irrinunciabile a cui comunicare l’evolversi di vicende che l’attraversano lasciando, talvolta, tracce profonde, idonee a determinare un suo processo di crescita…”

© Miriam Ballerini

05 aprile 2009

Geografia: la combinazione geografica



E' del 1950 la pubblicazione "La Geografia" di André Cholley, nella quale viene illustrato il concetto di combinazione geografica. Per molto tempo la geografia si è infatti occupata della scoperta del mondo e della sua descrizione fisica, ma oggi questo non è più sufficiente anche perché la geografia convive con molte altre scienze come ad esempio la storia e la botanica, le quali rischiano di fagocitarla rendendola inutile o comunque una scienza dal "ventre molle".
Cholley parlò invece della geografia come di una scienza di sintesi il cui oggetto di studio non è il singolo terreno o il singolo fenomeno, il quale spesso compete anche ad altre scienze (geologia, metereologia, demografia ecc.) bensì una combinazione di alcune o tutte queste condizioni. Non è infatti possibile conoscere un terreno senza conoscere il clima che lo interessa o conoscere le tecniche agricole senza considerare altri fattori.
L'idea della combinazione è dunque buona sul piano teorico, sebbene esistano dei limiti nella comparazione dei dati, perché la combinazione è un'idea che mette assieme la popolazione con il clima, con le acque ed i rilievi, dati quindi non direttamente comparabili in assenza di un vero e proprio modello di interazione fra le diverse componenti. Negli anni Cinquanta non esistevano strumenti di calcolo evoluti, quindi la comparazione dei dati e la loro relazione non doveva essere semplice da gestire, tuttavia l'idea della combinazione, che è in fondo un'approccio umanistico all'interazione fra scienze diverse, è nata con Cholley.
Oggi la 'combinazione' è a quanto pare scomparsa anche dai dizionari di geografia, per lasciare il posto ad un concetto più evoluto, quello di sistema. George e Verger lo definiscono come l'insieme delle relazioni strutturali e dinamiche fra dati relativi alle componenti economiche, sociali, tecniche e politiche che sono caratteristiche di uno spazio geografico, il quale è a sua volta in relazione ad altri spazi geografici.
Il sistena ha il vantaggio non da poco di avere una definizione molto precisa, aprendo così lo spazio allo sviluppo di modelli teorici e, oggi si può dire, matematici molto complessi.
Di contro è proprio questa complessità a rendere oggi difficile l'approccio ad una geografia moderna, che senza l'importante mediazione delle scienze umane, sarebbe riconducibile ad un sistema di equazioni, rimanendo importante ma sfuggendo completamente al comprensione dei non addetti ai lavori.
Spesso, e questa è una caratteristica dei geografi anglosassoni, evidentemente più saggi, si preferisce evitare di considerare la globalità dei sistemi per concentrarsi sulle relazioni tra alcune delle componeti dello spazio geografico: ridimensionando il problema si può comunque contare, a richiesta, sull'ausilio della teoria dei sistemi e dell'informatica, senza però perdere di vista la concretezza del discorso e la sua relativa semplicità.
Su questa base si descrivere - a titolo di esempio - quattro modelli di spazio geografico, i cui concetti sono generalizzabili.
Lo spazio preistorico: è uno spazio nel quale la densità di popolazione è molto bassa, dedita ad attività di raccolta, caccia e pesca, quindi é fortemente condizionato dagli elementi naturali: i fiumi, i mari, i rilievi, la conformazione del territorio. Qui l'uomo è un elemento del territorio, ma è sostanzialmente dominato dall'ecosistema. Spazi così esistono ancora, ma sono oggetto di ricerca più che altro per gli antropologi.
Lo spazio rurale: è uno spazio con una densità di popolazione di 10-100 abitanti per kmq. E' addomesticato, come si potrebbe dirlo di un animale o di un orto, ma continua a seguire i cicli naturali anche se è modellato dall'uomo. Quello contadino è uno spazio sufficientemente semplice, qui è dunque ben applicabile la combinazione di Cholley per le interazioni uomo-ambiente.
Lo spazio città-campagna: è il modello spaziale moderno al di fuori delle grandi concentrazioni urbane, che vive il perenne contrasto e la combinazione tra aree dove la natura è ancora predominante ed aree dove oramai è del tutto dominata.
negli anni Sessanta alcuni studiosi come Juillard hanno tentato di risolvere questo contrasto distinguando tra regioni "omogenee" e regioni "polarizzate", ottenendo però solo un parziale successo.
Lo spazio metropolitano: qui l'uomo ha preso il sopravvento e la natura, pur presente, appare confinata in spazi ben definiti: gli argini dei laghi e dei fiumi, i giardini, i parchi. Le strutture della metropoli sono sociospaziali perchè gli spazi ristretti non solo devono tenere conto dell'interazione tra l'uomo, gli spazi da lui costruiti e la natura residuale, bensì anche dello spazio percepito, della velocità degli spostamenti di uomini e mezzi, nonché della volonta degli uomini di condividere la propria vita con quella altrui. Secondo Frémont il sistema della combinazione di Cholley è qui ancora utile, ma sono forse più efficaci le teorie sui sistemi complessi.
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Autore: A. di Biase
Fonte: Armand Frémont - "Ti piace la geografia?" - Carocci editore
Fonte iconografica: Google

04 aprile 2009

Storia greca: la pólis

Nota enciclopedica

Sebbene diverse comunità di Greci del nord e del centro conducessero una vita pastorale all’interno di grandi organizzazioni collettive dedite alla transumanza e denominate éthnos, la maggior parte dei Greci in età classica si organizzarono in città stato dette póleis.
Nella pólis greca non esisteva una distinzione tra lo stato e la società civile, come avviene modernamente. Per pólis si indendeva la comunità dei cittadini; certo è possibile ricordare che la parola ha un'origine indoeuropea, con il significato di ‘roccaforte’, ma il senso più autentico che i Greci le davano è espresso da Aristotele nella Politica quando parla di koinonía tòn politón , e cioè la comunità, la collettività. Nella Grecia antica non esisteva quindi l’individuo a sé, con i suoi diritti, la libertà era solo all’interno della comunità e l'appellativo di 'apolide' a quel tempo dovette essere particolarmente disonorevole.
Nelle grandi pólis si sviluppò enormemente il senso di appartenenza dei cittadini alla città e l’agorá (la piazza) fu centro della comunità politica oltre che nucleo commerciale della città. Tutti i cittadini maschi, adulti e liberi avevano il diritto della partecipazione politica, che non era obbligatoria, ma in genere abbastanza sentita.
Difficile dire se questa forma di stato vada a costituire un elemento di completa novità nel mondo antico, tuttavia è giusto dire che pólis indica un modello di organizzativo che è stato codificato sostanzialmente dagli usi di una grande città come Atene, ma che non si sviluppò ovunque, come è lecito credere, allo stesso modo: quindi non tutte le città greche furono póleis così come non tutte le póleis furono città. In molti casi le póleis furono piccoli agglomerati urbani di al massimo qualche migliaio di abitanti.
Più in generale si trattò di spazi rurali contornati da attività agricole, cintati da mura e con all’interno aree destinate a funzioni pubbliche e dispute. Le mura, va detto, ebbero spesso una funzione simbolica poiché in Grecia la comunità e lo stato erano la stessa cosa: nessuno quindi si sarebbe sognato di identificare la città con una fortificazione. Sparta ed esempio fu una pólis senza mura.
La vita privata dei Greci si esercitava in genere con il possesso di una casa e di un lotto di terra, ma come cittadini avevano accesso a tutti i luoghi pubblici, dai quali non potevano essere esclusi, sebbene non potessero farne un uso privato.
In origine la pólis fu aristocratica, con un potere a pochi che veniva giustificato con la nobiltà di nascita e con le ricchezze accumulate dalle famiglie più in vista. La società era organizzata in tribù, géne e fratrie.
Le tribù erano in origine 7 ed avevano essenzialmente una funzione di organizzazione militare.
I géne erano gruppi di famiglie aristocratiche che usavano identificarsi con un nome collettivo.
Le fratrie erano invece gruppi di géne uniti da vincoli religiosi e da legami di fratellanza che non avevano un’origine familiare e che esercitavano una forte influenza sul mondo politico greco.
La pólis aristocratica mise in evidenza i suoi limiti con la cosiddetta “riforma oplitica”, una riforma militare che portò la fanteria a sostituire in molti casi la costosa cavalleria. Coinvolti in battaglia, i cittadini meno abbienti persero con questo molta della riverenza originaria nei confronti dell’aristocrazia, emancipandosi politicamente e ponendo le basi per forme di governo democratiche o miste.
A spingere verso forme di governo condiviso da tutti o da molti intervenne anche il desiderio di evitare quelle situazioni di instabilità politica che erano tipiche dei regimi oligarchici e che avevano dato pessimi frutti, come i regimi tirannici del VII e VI secolo a.C. Con il termine Tỷrannos si indicava un personaggio politico opportunista che, sfruttando situazioni ingarbugliate, veniva ad assicurarsi un potere assoluto. Molte póleis greche fecero questa brutta esperienza e sebbene la tirannide dimostrasse di potersi presentare in molte forme, anche moderate, nell’immaginario dei Greci questo governo ‘di uno solo’, finì per diventare esempio di massima negatività.
Nel situazioni di crisi si cominciò allora a cercare soluzioni alternative, come la formulazione di leggi scritte, che non erano certo una consuetudine antica, alle quali tutti dovettero attenersi, secondo il principio dell’isonomía.
Le póleis della Magna Grecia in fine, costituiscono un modello a sé: esse furono infatti spesso fondate da cittadini greci spinti ad emigrare dalle persecuzioni politiche o economiche, ebbero quindi tendenzialmente governi moderati, con un potere oligarchico che tese a ridistribuirsi nel tempo. Era difficile in questi luoghi ricorrere al diritto di tradizione orale, a causa delle diverse provenienze dei coloni; si sviluppò dunque un diritto scritto, comparso per la prima volta ventisette secoli fa nella colonia ionica di Locri Epizefiri. La pólis coloniale ebbe inoltre la tendenza ad essere costruita con una pianta più regolare, che rispettava assi ortogonali ed orientati, frutto dunque anche di conoscenze geografiche e geometriche acquisite. Ebbe per questo un’architettura impostata, cosa non sempre riconoscibile nelle póleis più antiche.
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Autore: A. di Biase
Fonte: G. Poma - "Le istituzioni politiche della Grecia in età classica" -
Edizioni Il MulinoFonte iconografica: http://hsc.csu.edu.au
Rev. 01-02-13 AdB

03 aprile 2009

Libri: "Sospiri condivisi" di Silvana Stremiz

SOSPIRI CONDIVISI amore e sensualità di Silvana Stremiz
© 2009 Edizioni del poggio ISBN 978-88.89008-53-9
Pag. 74 € 7,50

E’, questa, la quinta raccolta di poesie di Silvana Stremiz. Dopo aver ottenuto coi volumi precedenti diversi riconoscimenti in alcuni concorsi, l’autrice si è cimentata in questo nuovo lavoro.
La prima cosa che colpisce è il titolo: due vocaboli che esprimono perfettamente il concetto di unione, di fusione di due persone. Sia sotto l’aspetto affettivo che quello erotico.
Barbara Brussa, nella sua prefazione al libro scrive: “ Pensieri condivisi porta a sentire l’espressione della nostra anima, invitandoci a seguirla attraverso i labirinti dei sensi . Lì dentro ci perderemo per ritrovare noi stessi … Perché noi siamo ciò che sentiamo”.
La Stremiz ci parla d’amore, distillandolo in poesie dal tocco delicato, intrise di sentimento; di erotismo muliebre, che mai scade nella volgarità.

TI AVRO’
Giocherò con il chiaro di luna
con i suoi riflessi
sui seni scoperti.
……………………………….

Con semplici parole quali i respiri: i brividi, i sospiri, le trasparenze, ci porta a immaginare senza aver bisogno di dire; ma solo accennando con rapidi tocchi.

PRIGIONIERO
Mentre il tuo sguardo
incrocia il mio guardare
che cela la mia voglia di te,
sospiri e respiri si confondono.
………………………………..

Silvana riesce a parlarci dell’amore maturo, di lunga durata.

HO VOGLIA
Ho voglia di stare con te
per quel tempo che ci rimane,
fra i ricordi di ieri
le tue braccia di oggi
per poi vivere insieme
il nostro domani.
……………………….

Ma senza tralasciare la sorpresa quotidiana, genuina e “adolescenziale” dell’amore.

NASCE L’ALBA
Con quei baci
che mi disegnano.
………………….

L’autrice tratteggia il suo quadro dell’amore, aggiungendo gli ingredienti che occorrono per mantenerlo vivo: l’affetto, il rispetto, il sesso, la condivisione. Un pizzico di mistero e la voglia
di giocare.

INFINITI MISTERI
Quel corpo nudo
non lo è mai stato
conserva ancora …
infiniti misteri.
…………………….

Dice nella sua prefazione Federico Illesi: “ Amare non significa pensare allo stesso modo, ma respirare la stessa aria”.
La Stremiz ci dona in questa raccolta brani di puro amore e eros, rivelandoci il suo essere e sentirsi donna: amica, moglie, amante. Un ruolo complesso che si snoda nel libro accompagnato da bellissimi disegni che aiutano a tratteggiare, come lei stessa dice in un suo pezzo: “Questo amore che mai passato avrà”.

© Miriam Ballerini

01 aprile 2009

Libri: "Dissonanze del tempo" di Marcello Faletra

Arte contemporanea?
È da vedere. E di cosa sarebbe “contemporanea”? La confusione fra cronologia e la costruzione del presente nell’arte è all’origine di un profondo malinteso. La dissonanza del tempo — l’anacronismo implicito nella nozione di contemporaneità — costituisce il controtempo di tutta la modernità.
Ci sono molti modi di rappresentare il presente.
Resta tuttavia significativo il fatto che non tutti vivono lo stesso presente… Più di ogni altra attività umana l’arte registra questi dislivelli temporali del presente, che per la loro complessa natura non sono riducibili ad una visione omogenea, a un clichè. Cosa viene mostrato e cosa viene obliato di una certa esperienza del presente?
Questo saggio indaga, archeologicamente, le ambiguità della parola 'contemporaneo', cercando di coglierne le trasformazioni, per far luce sugli aspetti inconsueti di come il tempo s’inscrive nelle opere generando nello stesso tempo sia un tratto convenzionale sia un tratto inattuale (nel senso di Nietzsche) della contemporaneità.
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Marcello Faletra (1955) insegna Filosofia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo. Collabora a diverse riviste specializzate ed è redattore della rivista “Cyberzone”.
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Fonte: Edizioni Solfanelli

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica