14 agosto 2007

Ernesto Barba, figlio del sole

di Augusto da San Buono

Mi arriva il libro giusto per l’estate, “Ernesto Barba Figlio del Sole”, curato da Rosario Amodeo, Maurizio Nocera e Franco Pisanello, per le edizioni UM Gallipoli, 2007. Un libro bello che arricchisce la collana dei poeti del mare, anzi ne è un po’ il fiore all’occhiello, un libro che ci fa conoscere un personaggio straordinario: Ernesto Barba, fratello major del più celebre Eugenio, regista di fama mondiale, geniale direttore d’albergo, “il Fellini dell’industria Alberghiera”, lo definì la patinata rivista per uomini “Play Boy” per la sua fantasmagoria creativa, o il “salentino volante”, come lo definì “Capital” . Ma soprattutto era - e rimane - un poeta con l’ali, che siede sul tetto del mondo, che vuole stupire il mondo. Un assetato d’amore, di vita , ma anche pieno di solitudine, disperazione e morte, come capita sempre ai poeti di tutte le latitudini.
“Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici”, dirà Villiers De L’Isle-Adam, che aspirava a rimanere nella “sfera occulta di un genio che non chiede la fanfara”.
Invece, Ernesto , che era altrettanto nobile (la sua famiglia apparteneva all’aristocrazia gallipolina) e, forse, geniale quanto De L’Isle, ha fatto il domestico. Ha voluto vivere, cercando la libertà assoluta, che ovviamente non esiste. E quando se ne è reso presto conto, - aveva appena diciassette anni ed era uscito dal Collegio della Nunziatella, la famosa scuola militare di Napoli - ha raccolto quelle invisibili catene che sono la fatica di vivere, - e che ci portiamo dietro tutti, - e se ne è andato in giro per il mondo, ma non da girovago ungarettiano che cerca il paese innocente, no, piuttosto da uno che fa un passo avanti , che si propone e impara tutto , o quasi , prima degli altri : la scuola di direzione alberghiera a Losanna , le lingue ( ne conosceva almeno sette), il master in marketing a Berkeley, una laurea in lingue orientali alla Sorbona, il seminario di buddismo vajarana nel collegio tantrico di Lhasa , in Tibet, lungo i contrafforti dell’Everest, dove per anni ha diretto l’Holiday Inn, 500 camere e 700 impiegati , difficoltà logistiche pazzesche, “ l’albergo più difficile del mondo”. E’ stato l’unico europeo , dopo il Gesuita Ippolito Desideri,- anno scolastico 1714-16 - ammesso a tali studi. “ Voglio imparare dalle prostitute sacre i segreti della Mano Sinistra. Voglio tentare di diventare un Bodhisattva”.
Ernesto fa tutto con il sorriso e suprema leggerezza , (la classe non è acqua) ed è quasi sempre in anticipo su tutto , anche sulla sua fine, a Livorno, alla chetichella, il 27 aprile 1994, tra i quattro mori , in un albergo qualunque, che non esisterebbe senza di lui . Ma Livorno è pur sempre la città più becera d’Italia , la città degli scherzi , e lui lo sapeva bene , con quel suo sorriso tibetano stampato sulla faccia , con il suo fare da “tomber des femmes”, la sua ironia tutta leccese . Anche Livorno è città nobile che rievoca l’ascetico ironico tragico poeta senza-dio, Giorgio Caproni, con la sua Annina Picchi, sartina in bicicletta, con le vesti svolazzanti e la voce fresca, una primula sculettante che faceva voltare tutta la città al sorgere del nuovo secolo. Livorno è Modgliani, l’elegante malinconico aristocratico Modì , morto di tisi (e di fame), ma con il pernod tra le mani e la sciarpa di seta rossa, uno che inventò – lui, italiota atipico - lo charme “francioso”. Ed Ernesto era un po’ l’uno e l’altro, disperato senza dio ( o con un dio sconosciuto ) e aristocratico dandy, o meglio “finesseur”, che ha portato nei cinque continenti del mondo quel suo modo d’essere italiano doc, tra Marco Polo e Casanova, il viaggiatore-amatore-scopritore ricco di fascino e ambiguità.
Ernesto portava ovunque la sua moglie giapponese, Mikiko, e le altre lucciole asiatiche, giapponesi o tibetane, ma anche altre donne occidentali da mozzafiato , come testimonia il suo amico Maurizio Nocera. Donne che facevano girar la testa sul corso Roma , “walkirie col sesso mieloso”.
E poi aveva dentro di sé – un po’ come l’Eta Beta disneyano - un emporio di pianole cinesi e venditori di mandarini, notti mitteleuropee con fame freddo vampiri e streghe , porti olandesi piene di teste gialle, e ancora altre notti insonni nei bordelli di Instabul e Patrasso.
Ernesto lo potevi vedere lievitare su barre e trapezi come “frate Asino”, San Giuseppe Desa , riscaldarsi in una camera piena di Mozart, o far l’amore in una camera piena di specchi e di farfalle .(“ Una volta , a Londra spesi 5 pounds per avere due casse di farfalle e vedere l’effetto che fa, sdraiato nudo sul clavicembalo , e lei che in ninolina mi suona “Au dic ferne Geliebik”, ed io ogni tanto la bacio in bocca e là…dove vorrei…”).
Non per nulla , Ernesto era un figlio del sole.
Mandava cartoline e libri di poesia fatti con le proprie mani agli amici da tutte le parti del mondo… ma senza mai veramente prendersi sul serio (“perché mi chiami poeta se sono un semplice direttore d’albergo?”).
“Ma era un poeta autentico – scrive Amodeo -, con una vena naturale inesauribile. Un poeta, per intenderci, alla Paul Fort o alla Jacques Prévert e forse se avesse scritto in francese, e in Francia – paese più sensibile ad una poesia da chansonnier - sarebbe stato altrettanto noto di Fort e Prévert.” Ma ad Ernesto non interessava nessun riconoscimento che non venisse dagli amici del cuore. “Poeta rimane, - ribatte Nocera, - con la disperazione dentro e la smania di vento, lo spazio retato e la voglia di fuggire”.
Ernesto amava specchiarsi nelle sue origini di gallipolino pieno di saudade e di talento. I suoi avi hanno fatto la storia di Gallipoli , da Emanuele all’omonimo Ernesto Barba, sono stati dei giganti che hanno lasciato un’eredità pesante e un vuoto di tutto: d’iniziativa, d’intelligenza, di fantasia, di scienza, di personalità , ma Ernesto non ha mai voluto palesarsi, o, peggio, menar vanti. Faceva il turista per caso mentre sprofondava in “un pozzo di gelsomini senza fondo”, perché amava la sua gente, desiderava il contatto umano , spiava da lontanissimo , dall’alto dei 4000 metri del Lahsa il transito del suo amato Scoglio, dove tornava di tanto in tanto con il suo cicerone ad attenderlo ( era lui che lo informava di tutto) , l’amico Maurizio , per una ubriacatura di salentinità…e di mieru…” Francesco Marra ( era il suo pseudonimo)…sempre senza una lira/ sempre innamorato/ colla capo piena di vento/sempre stonato/ Quando morirà seppellitelo / con il libro dei sogni / e la coppola in capo”.
Voleva risentire i sapori del bar Alvino, la pizzica-pizzica e la taranta, voleva ridefinire i confini e gli spazi del suo essere talentino, aveva visitato i suoi fratelli caduti in Asia (“Lo sa che ho trovato tombe di molti marinai gallipolini nei cimiteri di Shangai e di Port Arthur?”), voleva fare ancora tante cose, Ernesto, ma le sue ultime visite salentine sono state quelle ai suoi avi, al cimitero di Gallipoli. Ma non sostava più di una farfalla, un nulla che si fa carne. Poi, sempre , ripartiva dove lo conduceva la sua perenne inquietudine. Lui voleva farsi natura, voleva essere universo-mondo, perché il poeta non appartiene a nessuno, ma solo al proprio mondo interiore.
“Cosa diventerò?/ un albero ad Haiti / un ‘onda del Pacifico / un gabbiano sullo Jonio / una nuvola in Giappone / una brezza alla regata/ un verso in sanscrito?…Ma sempre figlio del sole/ io resto.”

E come tale, Nocera lo vide volare al di là della Montagna Spaccata, volare via da un Salento abbagliante, tanto amato eppure tanto negato, volare lontano, sempre più lontano e sempre più in alto… volare sul tetto del mondo.

Libero circuito culturale, da e per l'Insubria. Scrivici a insubriacritica@alice.it

2 commenti:

  1. Anonimo19:56

    Conobbi per caso una sera del 1978 Ernesto Barba in occasione di un ritiro di Tantra Yoga in un bellissimo castello del Veneto. Personaggio di fortissima personalità mi colpì e tuttora lo ricordo per la sua solare spiritualità e per l'amore che dimostrava per il suo Maestro spirituale. Nel corso di una breve conferenza ci raccontò l'incredibile esperienza che ebbe nell'incontrarLo la prima volta in India e non riusciva a capire come mai quel Maestro gli avesse degnato così tanta considerazione.. "proprio a me che non sono per niente uno stinco di santo!" disse. Dopo un pò, alla fine della conferenza, lo intravidi in un angolo consegnare come se niente fosse, un grosso rotolo di dollari tenuti insieme da un elastico ad un monaco ".. servono per il servizio sociale della Sua missione.." diceva. Tuttora lo ricordo come fosse oggi.
    A.M.

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  2. Anonimo19:24

    niente di nuovo o particolare ERA UN BARBA

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