18 giugno 2007

I tre tavoli di Pascoli

di Augusto da San Buono

Come sempre, ogni anno, nella casa Pascoli, in località Caprona (Lucca), a Castelvecchio Pascoli, in Garfagnana, vengono allestite una serie di manifestazioni in omaggio al grande poeta romagnolo, che continua a trovare estimatori anche nelle nuove generazioni, in un contesto sociale quanto mai cinico e nichilista, dove sembrava per sempre bandito quel suo quasi costante “lacrimare” nella “Valle del buono e del bello”.

Uno dice Pascoli e pensa alla cavallina storna, al grembiule nero e al colletto bianco, alla notte di san Lorenzo, col tremolio di stelle, o di uno stelo sotto una farfalla, alle illusioni finite in fretta e al ronzio di un’ape attorno al fiore, ai campi che svaniscono nell’onda sonora delle campane, ai silenzi, ai pezzetti di nulla e allo stormire di cipressi, alle voci e ai canti assorbiti nella malinconia del paesaggio, la piuma che esita o che palpita leggera nel nido abbandonato, il vento che piange nella campagna solitaria, alla panchetta e alla tessitrice che piange, ai versi come spartiti musicali e alle sere magiche e tenere, con i temporali che muoiono in dolce singulto, ai vespri odorosi di fieno; uno dice Pascoli e pensa a una serie di gadget dell’anima e della nostra lontana infanzia, tutte cose che saranno pure prodotte – come afferma Sanguneti - da una sorta di “macchinetta sadica di produzione liriche per lacrime ad usum infantis”, ma che tuttavia ti arrivano per le scorciatoie del cuore, come avviene per tutte le cose romantiche. Uno dice Pascoli e rivede Aldo Vallone da Galatina, una sera d’estate di tanti anni fa all’Anmi di Gallipoli, dove aveva tenuto una magistrale, memorabile “lectio Dantis” , che ti sorride e dice bonario: tutti i poeti italiani contemporanei, non solo i crepuscolari, devono qualcosa a Pascoli (Ungaretti, Betocchi ,Gatto, Saba e perfino Montale) per quel procedimento stilistico che si definisce nel caricare di un senso cosmico, di male cosmico, illuminante, un umile oggetto.

Pascoli non è un piagnone, come viene dipinto, è uno che sta sul limite di un dramma altissimo, n’è anzi la voce o la coscienza più proba e veritiera. Il suo – più che privato - è un dramma di civiltà e di cultura, tanto più sofferto e cupo quanto più ingenuo e intemperante si mostrò il poeta nell’assumerlo”. Ero poi andato a trovarlo nella sua casa-biblioteca-museo di Galatina (c’erano almeno diecimila volumi, moltissimi su Dante, in tutte le lingue) insieme al suo vecchio amico Felice Leopizzi. Il prof. Vallone mi accolse con una antica preziosa edizione dei “Canti di Castelvecchio” (una rarità), facendomi una lectio tutta pascoliana: “Pascoli non è Dante, la cui poesia giganteggia proprio dinanzi alle inquietudini e ai contrasti del suo tempo; né Leopardi che, pur nella sventura e nella miseria, respinge ogni compromesso; Pascoli è il poeta di questo limite, il poeta di quel momento storico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento della nostra civiltà, con una concezione straordinariamente primitiva e ingenua del mondo e dell’umanità. Per lui non ci sono che buoni o cattivi, onesti o disonesti, infelici e gaudenti, miseri e ricchi. Il male è là pronto a distruggere il bene, a soffocarlo e a dominarlo. Il male è un grande residuo della crudeltà che circola per tutte le vene della società umana. Gli uomini non sono nati belve, ma lo divengono. E’ la società che lo esige. E il male è un po’ ovunque, colto più come imminente insidia che come forza cieca, più come offesa che bruta violenza, ma colpisce sempre dove l’innocenza è più mite, la fiducia più serena. Il grande male dell’universo-mondo è tutt’uno, nel sentimento e nella voce del poeta, col male che lo ha colpito negli affetti domestici. La poesia, secondo lui, tanto è più valida e operante quanto più giunge a migliorare e non a guastare, a creare amore e bontà comprensione… E’ per questo che la sua poesia, il suo genuino pathos, l’ingenua commozione delle cose, la sorpresa felicità dell’umile, rimarranno ancora come strumento pedagogicamente efficace e insostituibile per gli studenti di tutte le classi e le età. Ma per mettere in versi il mondo che ci circonda, cogliere il battito oscuro dell’universo in una sorta di improvvisa immedesimazione dell’anima, per risuscitare in noi l’emozione, la meraviglia di memorie ancestrali, far uscire fuori quella voce nuova della fanciullezza, non poteva adoperare le parole vecchie , convenzionali, sclerotizzate, trite e ritrite, bolse, arcadiche, di una lingua poetica in estrema decomposizione, schiava com’era del peggiore petrarchismo.

Ed ecco allora che Pascoli decide di costruire lui una nuova teoria linguistica basandosi sui manuali di Max Muller e Spencer, eccolo dare uno scossone a tutto il vecchiume della cultura italiana, con un linguaggio nuovo, che liquida definitivamente il vocabolario aulico e raffinato della tradizione lirica italiana, rendendolo più immediato e aderente alle cose, costruito spesso su termini tecnici e dialettali, su onomatopee, su modi usuali e discorsivi, un linguaggio all’apparenza dimesso, ma che intende invece farsi allusivo e mira a suggerire più che a dire, e che si carica di significati simbolici”.

Grazie, Professore. Però, certo che a vederlo nelle foto d’epoca, tarchiato, con l’epa sporgente, il collo taurino, la testa forte sotto il cappello largo e molle, i baffoni spioventi, vestito come un bonario fattore della bassa padania, Giovannino Pascoli somiglia più a Peppone di memoria guareschiana che non a uno che ha vinto per ben tredici volte il prestigioso Premio Certamina hoeufftiana di Amsterdam per carmi in versi latini (con quei soldi ci si è comprato un poderuccio e una casa a Barga); uno che sa tutto di Omero e dei lirici greci, di Virgilio e Dante, dei maudit francesi, di Baudelaire e Mallarmeè, che conosce i trattati d’astronomia,di psicologia e di botanica; uno che ha elaborato una lingua tutta speciale, inconfondibile, “una koinè, un fior fiore di linguaggi materni, sorta di volgare trascendentale“ (Garboli) e “che dimostra come l’arte sia magia pratica”, parola di Gabriele D’Annunzio. Per paradosso – dirà Sansone - un poeta tutto italiano come lui diventerà una delle espressioni più significative della nuova coscienza europea.

Ed eccolo, il letterato, l’umanista Pascoli, - seduto ad uno dei tre leggendari tavoli, che si è fatto appositamente costruire nella sua casetta di Barga, quello della “poesia in lingua italiana” (gli altri due sono per il latino e per gli studi danteschi e ognuno ha i suoi ferri del mestiere), - che diventa il più deciso eversore della nostra vecchia lingua poetica. Fa il come il cacciatore di Hugo, cerca di prendere pensieri, o il maestro del bricolage, con una strategia consapevole, da conoscitore di scienza, antropologia, mito e religioni. Ma fa poesia come il contadino che fa il vino, o un buon artigiano, un falegname, un fabbro, una ricamatrice, alle prese con la magia della loro creatività. Costruisce un tessuto ritmico e timbrico tra i più sapienti e sottili, dove la trama e l’ordito sono allusivi, simbolistici, e il gioco delle allitterazioni e delle anafore, non è mai fine a se stesso, ma è sempre teso all’espressione di qualcosa che altrimenti non potrebbe essere detto, puntando quasi tutto sopra il registro onirico, ipnotico e visionario, che sa dar voce alle ombre, al silenzio e alla tristezza che è nelle cose. E via via, s’accentua in lui questo sentimento doloroso della vita col suo mistero immenso, lo smarrimento, lo sconforto, la sofferenza che è alla radice del nostro vivere.

Pascoli ripiega in se stesso, s’isola nella sua “casetta” in campagna, nel “nido”, dove trova rifugio contro le minacce degli uomini a lui ostili, ed è sempre più costretto a vivere con le sue metafore ossessive: parla sempre più spesso con i morti – soprattutto la madre, figura immanente, - e accentua il rapporto nevrotico e di repressioni sessuali sublimate con le sorelle Mariù e Du, (Maria e Ida) , alle quali scrive lettere da innamorato: “ Vi mando una delle foglioline mandate da voi, alla quale ho dato un bacio. Baciatela e le nostre labbra si incontreranno”. Ma con l’andar del tempo quella situazione, accettata da Maria, futura custode della memoria di Giovannino, risulta gravosa per Ida, che scappa di casa e se ne va a Sogliano, per tornare con il fidanzato, che sposerà l’anno dopo, nel settembre 1895, procurando al fratello forse la più grave tempesta psichica della sua vita. Costretto a Roma da un incarico ministeriale, Pascoli è preda di continue crisi di sconforto e di pianto, abbrutito dall’alcool, piomba nella più cupa disperazione per la distruzione del “nido” operata dal “tradimento” della sorella e nulla sembra ricondurlo alla ragione. Scrive da Roma nel giugno del 1895: “Come farò a dormire questa notte? Queste altre notti? come passerò questi giorni? Oh, povero Giovanni! Un bacio, Du, un bacio Mariù. Addio, cara Du. Perdonate la mia breve lettera. Non posso farmi vedere a piangere… ”Siamo ora all’uscir dall’infanzia, si può dire, e io sono vecchio e malato”. Giovannino esplode in un pianto, in un parossismo d’angoscia che rivelano la consapevolezza di un irreparabile fallimento esistenziale. Quella religione domestica e solipsistica su cui aveva fondato i fragilissimi equilibri della propria esistenza, andava in disfacimento. “C’è un gran dolore e del gran mistero nel mondo, e non basta a consolarci la vita semplice e familiare, né basta la contemplazione della natura in campagna per liberarci dal nostro immutabile destino”…

Si riaffaccia in lui il sentimento del nulla, il silenzio, l’assenza, il vuoto pauroso che tutto avvolge, di matrice leopardiana e “ mallarmeana”. Giovannino avverte il peso della grande solitudine, quella solitudine che non può essere consolata neppure dall’affetto dell’ultima sorella rimastagli accanto, l’adorata Maria: “Ti splende su l’umile testa la sera d’autunno… Stringiamoci e facciamo in modo che la nostra unione non abbia neppure un minuto di malcontento… Con te vivere, con te morire!..Una cordina al tuo destino, una camerina vicina a me, e sempre insieme… La mia felicità sta in te. Tu mi ami, io t’amo… Mi resti solo tu…” .

A Maria, che appare in fotografie accanto al fratello, quasi in disparte e di contrariata, con un fazzoletto bianco in testa, che copre e mortifica le sue abbondanti chiome nere, sempre vestita da massaia rurale, con veste larghe che mortificano le sue forme prosperose; a Maria che amò talmente il fratello non solo da sacrificargli la sua vita famigliare, ma fino al punto da studiare latino e greco per seguirne la sua attività, - Giovanni dedica una delle poesie più belle (e sensuali) della sua produzione, la “Digitale purpurea”. Ma neppure Maria lo salva dal fallimento, dallo scacco, dalla sconfitta della vita, né il forzato itinerario di chi, come lui, ha scelto la contemplazione e la purificazione piuttosto che la vita attiva. Ed ecco allora che accanto al bonario professore cordiale, versatile, sorridente, agreste, all’uomo che sorride ai fotografi e sembra in pace con il mondo, che contempla con serenità l’orizzonte limitato del proprio campo e si gode placidamente la sua quiete domestica, profilarsi l’altro Pascoli, quello “cosmico”, che guarda con angoscia l’immenso cielo stellato, infinita ombra costellata, popolata di spazi silenziosi che ruota perennemente e paurosamente con il piccolo globo opaco della Terra; sente di girare nello spazio, con la propria mortale fragilità, in una profonda, insondabile solitudine che non si riesce a sopportare: “Io sono molto afflitto. Sempre solo! solo! solo! solo, colmo di pensieri…! Solo ad ascoltare i battiti del mio cuore”. Cosmo e umanità, questi i due termini essenziali di gran parte delle sue ultime meditazioni: “E la terra fugge in una corsa/vertiginosa per la molle strada / e rotolava tutta in sé attratta / per la puntura dell’eterno assillo.”

Crolli terrificanti, cataclismi paurosi dell’universo, corse folli degli astri, scontri spaventosi, incendi immani, pietrificazioni ed esplosioni astrali… Non è il Pascoli consueto del fanciullino quello che ci viene incontro sul volgere della sua esistenza, ma un poeta ossessionato dalla presenza dell’abisso cosmico. Lo spalancarsi dell’universo in vastità sconfinate, in cui la terra sprofonda e scompare, comunica al poeta un senso di smarrita infinita solitudine, che sembra sfociare in una nostalgia di cieli spirituali, in inquieto desiderio di Dio. Gli incontri con la figura centrale della madre morta si fanno più frequenti: Mia madre era al cancello/. Che pianto fu! Quante ore!/ Lì, sotto il verde ombrello/ della mimosa in fiore. L’abisso spaziale a cui guarda Pascoli con terrore diventa la misura dell’assenza di Dio: o quanto meno dell’inappagata ricerca di Dio. “E’ inutile che noi discutiamo di religione – aveva detto all’amico Lorenzo Saponaro - Noi crediamo tutte e due alle stesse cose, con questa differenza che tu credi per il dogma e io no”. .Ma non era vero. Aveva smarrito il conforto della religione tradizionale, ed era privo di ogni energia speculativa.

E’ un’anima nella penombra, preso da questa sconsolata paura cosmica, che ricorda una sorta di profezia di Merezskovskij: “Tutta la nostra stirpe all’alba del secolo aspetta la morte “. Ora Giovannino contempla il deserto leopardiano che illumina la rovina e la morte. Aspetta ormai solo la morte, per un male inesorabile, ma s’interroga ancora sul “dopo”.

Invoca - inutilmente - la madre:“O madre , fa ch’io creda ancora/ In ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce! O madre, a me non dire Addio, /se di là è, se teco è Dio!. Sfioriva il crepuscolo stanco/ Cadeva dal cielo una rugiada. Non c’era avanti a me, che il bianco/Della silenziosa strada”.

E‘ a Maria, unica fedele compagna di tutta una vita , sorella-madre-madonna, che pochi giorno dopo, il 6 aprile del 1912, alle 1 7,30, vengono rivolte le ultime rotte accorate parole di Giovannino, consumato dalla cirrosi epatica, ormai morente:“Sotto terra… sotto terra… peccata… peccata… prete… prete…prete… Dio mio!...Dio Mio… madre!... madre!... madre!... Mariù… Mariù… Mariù…”.

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