27 maggio 2007

Ungaretti: il deserto, la memoria e la carne

di Augusto da San Buono
Si vanno già preparando, per il prossimo anno, le celebrazioni del centoventesimo anniversario dalla nascita di Giuseppe Ungaretti, in particolare a Lucca che gli conferì la cittadinanza onoraria per i suoi settant’anni e in genere nella lucchesia (“a casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di quei posti”, posti che vedrà per la prima volta a trentun’anni suonati: “In queste mura non ci si sta che di passaggio. Qui la meta è partire”) dove erano nati i suoi genitori emigranti, il padre Antonio, di San Concordio, che morì, a soli ventotto anni per una forma di idropisia contratta zappando il fango del mar Rosso, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”; la madre, Maria Lunardini, di Sant’Alessio, una contadina analfabeta umile coraggiosa e forte, piena di energia e concretezza che seppe far fronte alla drammatica situazione, gestendo da sola il forno che Antonio aveva aperto nel loro quartiere di Alessandria d’Egitto, dove l’8 febbraio 1888, nacque il loro secondogenito, Giuseppe, il poeta (“Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti” … “La casa della mia infanzia dista quattro passi dalla tenda del beduino in una zona in subbuglio, una baracca con la corte e le galline, l'orto e tre piante di fichi fatte venire dalla campagna di Lucca, e con il lutto per mio padre perduto"); ma Ungaretti sarà celebrato anche a Roma, dov’è la sua e quella della moglie Jeanne, presso il cimitero del “Verano”, e dove il poeta visse a lungo, a più riprese, a partire dal 1922, dapprima come impiegato al ministero degli Esteri, in condizioni estremamente difficili (in sei anni di residenza cambiò almeno otto abitazioni, spesso camere d’affitto in cui c’era da combattere contro pulci e pidocchi), e poi dal 1942 in poi, per moltissimi anni, -tranne un periodo in cui fu sottoposto a procedimenti di “epurazione“ e venne sospeso per aver aderito al fascismo, ma poi reintegrato dal ministro Gonella – come professore universitario di letteratura moderna; e infine a Milano, dove Ungaretti visse negli anni che precedettero la prima guerra mondiale (1914-1915) e dove morì nella notte tra il 1° e 2 giugno 1970, a seguito di una broncopolmonite contratta a New York, dove si era recato per ritirare un premio. Ma Ungaretti verrà celebrato sicuramente anche all’estero, nella sua città natìa, Alessandria d’Egitto, dove aveva conosciuto Enrico Pea, Costantino Kavafis e il Porto sepolto dell’antica isola di Faros della sua prima raccolta di versi (“Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde// di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesaruibile segreto”) ; e poi sarà celebrato a Parigi, dove aveva studiato alla Sorbona (“Ah, le lezioni di Bergson tutto di nero vestito che incessantemente, su un colletto duro e alto, moveva il capo come la lancetta dei secondi) e aveva conosciuto il fior fiore di artisti e poeti d’avanguardia, da Apollinaire a Fort, Cendrars, Jacob, Picasso, Léger, De Chirico, Modigliani, Proust, Soffici, Carrà e Palazzeschi; e lì aveva visto morire il suo amico arabo Mohamed Sceab, “discendente di emiri di nomadi, suicida perché non aveva più Patria, “// L’ho accompagnato/ insieme alla padrona dell’albero dove abitavmo, a Parigi, dal numero 5 della rue des Carmes, appassito vicolo in discesa. Riposa nel camposanto d’Ivry, sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera. “Verrà celebrato, forse, anche a San Paolo del Brasile, dove insegnò lingua e letteratura italiana all’Università dal 1937 al 1942, scoprì la cultura popolare negra, i rituali religiosi e la musica, e naturalmente il carnevale di Rio (“per le strade gremite, sui predellini del tramvai, non c’è più nulla che non balli, sia cosa, sia bestia, sia gente, giorno e notte, e notte e giorno, essendo carnevale”), dove visse momenti intensamente vivi e tragici, come la morte del fratello Costantino e quello del figlioletto Antonetto, che aveva solo nove anni (“Alzavi le braccia come ali/ e ridavi nascita al vento/ correndo nel peso d’aria immota// Nessuno mai vide posare /il tuo lieve piede di danza”) e morì per un appendicite mal curata. Forse il vecchio Ungà, come lo chiamavano gli amici, che si era fatto crescere un barbone all’ Hemingway, lo ricorderanno anche i newyorkesi, che gli avevano assegnato un premio prestigioso e lo avevano invitato a tenere un ciclo di lezioni alla Columbia University di New York, nel 1964. Lui aveva sostato sul ponte di Brooklyn e aveva provato l’impressione, all’ingresso a Manhattan, di ritrovare antiche memorie del deserto, di entrare “in un regno da Mille notti e una, con i grattacieli che drizzano rivolti a lontananze, a uno a uno isolandosi nel buio, la loro statura di minareti esagerati”.
Era quello il periodo in cui Giuseppe Ungaretti cominciò ad entrare nelle nostre case grazie al piccolo schermo, quella tv semplice, ruspante e anche provinciale, se vogliamo, degli anni ’60, che però sapeva educare e fare anche cultura di grande spessore, come nel caso de “L’ Odissea” di Franco Rossi, un genio della regìa, un vero artista dello schermo che chissà perché non gli hanno fatto fare praticamente nulla, a parte l’Odissea e “Un bambino di nome Gesù”, due film-tv capolavori, due modelli tuttora insuperati. Lui, il grande vecchio della nostra letteratura pubblica, Giuseppe Ungaretti, aveva curato la traduzioni di alcuni brani dal greco e li recitava lui stesso, con quella voce che sembrava provenire dal passato più remoto, dalle tombe egizie, o dagli harem di cui gli aveva parlato la sua balia delle Bocche di Cattaro, voce piena di anfratti, cavernosità, enfasi e ira. In quella voce allucinata che esasperava le consonanti e variava continuamente il timbro, c’erano Nestore, Calcante e le grida dei troiani massacrati, c’era il naufragio di Ulisse e la cantilena del beduino nel deserto fatta di una sola parola iterata all’infinito (Uahed!), sotto il silenzio della luna altissima, “dopo il crepuscolo ondeggiante come per sempre sulla sabbia”, una malinconia dolcissima, e il tutto ti franava addosso come qualcosa che non t’aspetti da un vecchio curvo e ingiallito, ti correva addosso come se da anni ti stesse cercando. Praticamente non si capiva una parola di quel che diceva, ma esercitava un fascino, una magìa, un viaggio nel mistero, la storia dai suoi albori, la poesia epica, violenta e sensuale, disperata, fatale che ti incastrava nella tua sedia come un prigioniero per quei pochi secondi (non durava più di tre minuti l’intervento del vecchio poeta). E anche noi, allora ragazzini, lo ricordiamo bene quel volto di gran vecchio, antico profeta, (ma a tratti anche con un ghigno mefistofelico), la barba candida, lo sguardo ammiccante, che sperava da un anno all’altro di essere chiamato dall’Accademia svedese (fu inserito per ben tre volte nel novero dei candidati) per il sospirato Nobel, che non ebbe, ma riuscì a conquistarsi (stranamente, direi, trattandosi di un poeta) le simpatie degli italiani, che in realtà non compresero mai veramente, parlo naturalmente delle grandi masse, l’arte della sua poesia ermetica, soprattutto quella del “Sentimento del tempo”, col suo potere di suggestione, la verticalità, “il desiderio aggressivo di conquista del trascendente”, ma provarono rispetto e tenerezza per quel vecchio volto che riassumeva in modo emblematico il senso di tutta la sua esperienza di nomade, di zingaro, girovago, figlio del deserto (in lui c’era il deserto, la vita nel deserto) in cerca d’identità, pellegrino in viaggio perenne verso la “ terra promessa”, verso un paese innocente (“In nessuna parte mi posso accasare”).
Quando una giovane e molto attraente Iva Zanicchi (la riva bianca e la riva nera) gli dedicò una canzone (Caro vecchio mio), anticipando le video-canzoni che oggi imperano dovunque, e s’avvicinava al poeta, lo carezzava, lo blandiva, un po’ come avrebbe fatto con suo nonno, si rivide, nello sguardo del vecchio, l’antico beduino che pratica una religione i cui precetti aderiscono alla sensualità, Allah gode con il musulmano anche nella soddisfazione e nella manifestazione dei sensi; si rivide il vecchio satiro che bramava ancora l’amore fisico, nonostante gli anni fossero molti, ottanta. E ricordò la donna amata ad Alessandria d’Egitto, colei che “approdava come una colomba / agli abbandonati giardini. “Quando mi risveglierò /nel tuo corpo / che si modula come la voce dell’usignuolo “… Un’esperienza di forsennata lussuria a soli sedici anni, che poteva essere anche “colpevole“ (era la moglie di un amico, o forse anche di più, la madre di un amico?). C’era in quell’ amare con furore – dirà lui stesso – il clima di Alessandria, l’erotismo furente che non può travolgere chi ci viva”. E’ come una frustata nel nulla del deserto che dalla pianta dei piedi vi scioglie il sangue in una canzone … entra nel sangue come l’esperienza di questa luce assoluta che si logora sull’aridità. Amore che subito si biforcò ambivalente: sulla strada della tenerezza, del sogno incontaminato … e strada satanica dell’inferno, la strada che vi divora. E queste due nature sono in me, sono contrastanti”.
Questa feroce sensualità, questo erotismo sfrenato, che non riuscirà mai ad appagarsi in lui, Ungaretti se la porterà a Parigi, quando vi arrivò nel 1914 portandosi dietro Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud, Nietzsche, e il più amato di tutti Leopardi, ma soprattutto la sua città, Alessandria, e il deserto che ha la notte, il nulla, i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente. Città friabile, senza monumenti, quasi priva di passato, dove tutto è precario, e il tempo la porta sempre via, in ogni tempo. “Il sole rapisce la città/ non si vede più/ Neanche le tombe resistono molto”. A Parigi, solo, esule, incapace di mai accasarsi, in uno stato inesorabile. irrimediabile di strappo“, il poeta comincia a cantare, la poesia gli fa irruzione, gli esplode dentro, gli fa sentire che solo in quella regione si può cercare e trovare la libertà. Prima d’allora non aveva scritto ancora una poesia vera e propria (qualche tentativo giovanile di cui non v’è traccia), lì, a Parigi, istituisce il miraggio di una nuova innocenza, la terra promessa. Chi vive fin dall’infanzia, come lui, ai margini del deserto, acquista consuetudine con il miraggio, illusione-delusione, lo scherzo sadico della luce, l’abbaglio di un immagine, la scoperta meravigliata del proprio esistere, ma lì avverte anche la sua schiavitù carnale tutta araba . E “sempre – dirà Leone Piccioni - lo scatto dei sensi sarà in lui un segno incancellabile , con una capacità d’impeto di sangue e d’amore, quella capacità propria della gente di colore, di certi negri nord o sudamericani, ad esempio, di sentire in gioia e letizia anche la carne e il sangue e lo spirito religioso. ”Dirà lui stesso di essere stato nutrito con latte negro che mette nel sangue stimolo per certe fantasie, certe magie, certe disperazioni, certe irruenze sensuali, quel latte che regala a chi se ne nutre uno stato di innocenza nei rapporti con gli altri. “Sono un uomo solo, separato, avulso, espulso, vissuto in prossimità del deserto, un nulla sterminato, una monotonia estrema, una schiavitù carnale”, che assurdamente ricorderà quando si trova sul fronte del Carso, nella prima guerra mondiale, e ogni giorno, ogni momento, rischia la morte, e ogni giorno scopre il valore della fraternità degli uomini nella sofferenza, con “l’aria crivellata come una trina dalle schioppettate degli uomini ritratti nelle trincee come le lumache nel loro guscio”. Ricorderà come a Parigi, sulla Senna (“in quel suo torbido/ mi sono rimescolato / e mi sono conosciuto) avesse conosciuto “La ragazza tenue”, amante di Apollinaire, e ci avrebbe quasi subito fatto l’amore, forsennatamente (“Su Parigi s’addensa un oscuro colore di pianto. In un canto di ponte contemplo l’illimitato silenzio di una ragazza tenue. Le nostre malattie si fondono. E come portati via si rimane”). Anche in questo caso si trattava di un amore “colpevole” , perché la ragazza tenute era l’amante di Apollinaire, ch’era divenuto il suo amico più caro durante il soggiorno parigino, ma Guillame non è arabo e si contenterà di buon grado di dividere con lui la sua donna. Ma egli fu schiavo della carne fino a ottantun anni suonati, se è vero come è vero che ebbe dei rapporti sessuali con una giovane croata trentenne, che aveva lo stesso nome della sua balia ad Alessandria d’Egitto, ch’era stata in un harem e gli aveva raccontato storie di meravigliata incredulità, Dunja, che significa universo. Da lei gli erano venuti “delle specie di lampi di tenerezza e d’invenzione fantastica, stupore di sogni, dove appariva un Oriente lontano, una civiltà diversa, piena di colore, piena di spasimi e piena non di magia, ma di fatalità”. Tutto ciò gli aveva invaso il cuore di “un segreto inviolabile, per sempre fonte di grazia e miracoli”. Ed ecco che il miracolo (senza ausilio di Viagra o altri additivi) s’avvera. “Si volge verso l’est l’ultimo amore e m’abbuia da là il sangue / con tenebra degli occhi della cerva// L’ultimo amore più degli altri strazia/ certo lo va nutrendo/ crudele il ricordare// Capricciosa croata notte lucida/ di me vai facendo/ uno schiavo ed un re”.
Questa straordinaria vitalità non deve sorprendere più di tanto in un uomo come Ungà, perché nella sua faccia invecchiata – come disse lui - c’era contenuta la sua faccia da giovane e la sua faccia da bimbo. “Il tempo le ha allontanate dentro le rughe, la stanchezza e la saggezza, le delusioni e i crucci, ma se sapessi guardare dentro di me stesso, le vedrei bene, e in ogni caso le porto con me tutte quelle facce, le porto sino al dissolvimento nella tomba”.
Questa era la fede nella memoria di un poeta costretto da un precoce sentimento del tempo e dalla sua condizione di sradicato alla ricapitolazione e ai consuntivi: “Ho ripassato / le epoche/ della mia vita; E oggi alcune soste ho ricordato/ del mio lungo soggiorno sulla terra”.
Negli ultimi anni della sua vita, dopo la morte della moglie Jeanne, avvenuta il 24 maggio 1959, il vecchio Ungà si era legato a Jone Graziani, una sua ex allieva, giovane letterata e traduttrice. Fu un amore discreto, noto solo agli amici, che gli rinnovò quella carica di vitalità e sensualità di cui aveva esigenza, anche se, a settanta anni passati, “L’amore più non è quella tempesta / che nel notturno abbaglio/ ancora m’avvinceva poco fa/ tra l’insonnia e le smanie”. Questo rapporto lo fece tornare al deserto, al beduino che c’era in lui, al miraggio, allo stato d’aria febbricitante, “in cui s’imbroglia di più ogni nostra idea di distanze”. E al deserto-vita riconduce il sentimento della catastrofe, il sentimento del nulla, e l’orrore del vuoto, l’inutile errare alla ricerca delusa della terra promessa (Ma alla mia vita accadrà di vedere espandersi il deserto sino a farle mancare anche la carità feroce del ricordo?).
Ma l’ultima poesia del “vecchissimo ossesso” , scritta a Roma tra la notte del 31 dicembre 1969 e l’alba del 1° gennaio 1970, parla ancora d’amore e di Dunja “L’impietrito e il velluto” che si chiude con “Il velluto dello sguardo di Dunja / fulmineo torna presente pietà”, che è forse un messaggio di speranza.
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Rev. 01-02-13 AdB

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