13 aprile 2007

Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino –
un visibilio di fulminate parole

di Augusto da San Buono



La sua storia è un misto di stralunata cronaca, nostalgia ed esorcismo, fatta di gioie furtive e decimate speranze. E’ il sigillo della “Diceria dell’untore”, autunnale romanzo che nel 1981 portava alla ribalta in modo davvero clamoroso lo sconosciuto scrittore sessantenne di Comiso, Gesualdo Bufalino, uno dei più importanti, uno dei pochi veri autentici scrittori italiani, della seconda metà del ventesimo secolo, che rimarranno nella storia della nostra letteratura.
Un libro che è anche una sfida d’amore, un duello sulla frontiera del buio, che Bufalino, ammalato di tisi, iniziò a pensare e scrivere nel 1950, per poi riprendere negli anni settanta, eliminandone gli “effetti liberty”; un racconto di metafore con la “Rocca”, un sanatorio sgangherato e fatiscente, pieno di disordine levantino, eun’umanità disfatta di malati, “cascami della storia”, “sfrido umano”, dove al di là del muro di cinta buzzatiano v’è il nemico annidato nel corpo; un libro-palcoscenico, una meditazione sfibrante sul tremendo “grigio nascosto dalla cenere futura”, una zumata, o folata dantesca sgranata nella “scherma d’amore” e nello zero dei giorni previsti, “senza una brace né un grido“. Farà seguito “Museo d’ombre” (1982) dove Bufalino, unico a uscir vivo da quel “livido colombario di pietra” ch’era il cronicario della Rocca, diventa testimone privilegiato del “tritume del tempo” e tenta una demiurgica operazione di salvezza del passato, affermando un desiderio di sé, della propria conoscenza, della propria identità, che si rispecchia nella galleria dei relitti di una civiltà sommersa: volti, case, strade, chiese, orti, parole, costumi, tradizioni e i mestieri, con la loro morale e le vicende di una volta, con le loro interminabili propagazioni che approdano, attraverso una calma vertigine, a inchiodarsi sulle tavole di un inventario di cose risuscitate dalle “sottili tossine della nostalgia”.E poi la raccolta di aforismi, “Il malpensante” (1987), amaro, disincantato e sapienziale zibaldone dove passano i fili che intrecciano le opere con la vita : “Avrò la forza e il coraggio, questa notte di San Silvestro , di buttare tutti i libri dalla finestra per uscire domani nel sole?”, per arrivare a “Le menzogne della notte” (1988), libro amaro, nel quale gli uomini trovano la condanna “mischiati a vanvera da un recidivo disguido”, prigionieri e custodi di sé stessi, creature di lacrime, “scarabocchi di una scimmia pittrice”, “fantocci in piedi, nel mezzo di una stanza, moltiplicati da specchi che si fronteggiano”, per finire con l’ultimo suo libro, uscito poco prima della sua tragica morte, a causa di un incidente stradale, “Tommaso e il fotografo cieco”, (1996), storia di un giornalista cinquantenne che, abbandonato dalla moglie e preso dalla malinconia del tempo che passa, ha un solo amico (un fotografo cieco, che nonostante la menomazione continua ad esercitare il suo mestiere) e decide, insieme a lui, di mettersi a studiare i trucchi di quella sua vita scassatissima, che finora lo ha solo disilluso e tradito, dietro una maschera di carnevale. Morto, forse assassinato, il fotografo cieco, scomodo e ignaro testimone di una tragica serata, Tommaso, abbarbicato al suo piccolo universo di spionaggi, s’immerge nelle indagini. Va a vivere in un seminterrato di un grande condominio romano e da quel rifugio ultimo della sua esistenza, da un’angusta feritoia della sua ultima squallida abitazione, tra le sbarre fredde delle sue finestre piene di polvere e acari, si mette a “spiare lo spettacolo da quattro soldi di un mondo in sfacelo”. Racconto che fa di due parole sacre, quelle del “nulla” e del “crollo”, un lungo motivo orchestrato da un profeta della deriva e da comprimari destinati alla resa. Partecipe del sentimento dell’agonia del protagonista e della desolazione di un’epoca (alla fine ci sarà il crollo del condominio, quale allegoria di un patatrac universale), Bufalino corteggia la partitura quotidiana degli umori e il labile filo che distingue l’invenzione dalla verità, in una scrittura che è insieme aulica e popolare, ritagliandosi spesso un tono medio, colloquiale , un registro verecondo, smorzato, in un fervorino di bizzarre speranze, ma anche un commento d’ironia dolorosa; un libretto d’opera e un conto che non torna mai, un impasto vivo einquieto che risponde forse alle incognite del “giallo” dell’esistenza, al visibilio di fulminate parole, ma non al “nero”, al gran buio, alla grande solitudine, al gusto amaro dell’infrazione che condannano lo scrittore ad “appigliarsi sempre al peggio”.
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