25 marzo 2007

25 anni di poesia a Gallipoli

25 ANNI DI "UOMO E MARE"
LA POESIA A GALLIPOLI
di Augusto da San Buono

Venticinque anni di poesia, di uomo e di mare, ("Uomo libero sempre amerai il mare", aveva scritto Baudelaire che poi aveva soggiunto: "il poeta è l'intelligenza più alta, e la fantasia è la più scientifica di tutte le facoltà"). Venticinque anni di barche, tra il canneto dei pescatori e il porticciolo di San Giorgio della borghesia salentina, - alberi tinti d'azzurro, di snob e di vele-, di nuvole che urtano contro gli orizzonti, e di maestri d'ascia che tirano a secco le barche, le ginocchia contro i denti, rattrappiti come vecchi pianisti che con dieci dita tambureggiano sotto gli scalmi, lungo la carena, le loro teste che vacillano nei rollii della passione senile e brontolano a sera come gatti schiaffeggiati; sudori e fiori di catrame, la fatica e la magia d'un arte che annienta la realtà nel mistero e a sera vino o birra a go go, per la "ciucca" rituale, ed eccoli lì, riversi nel loro tugurio-sogno sputando pollini e moccio azzurro.
Venticinque anni di "Fontanelle", di Canneto, di banchine e i moli delporto che diventa "antico" quando ci fanno il "Barocco", fiato a fiato sulla banchina lido con i portolani e i pescatori che di notte risalgono spazi umidi e irreali in una sinfonia d'arabeschi, profumi e silenzi, ma anche fatiche, rabbie e silenzi, tracce di calore febbricitanti, bestemmie forti e preghiere, una vita che sfuma nella irrealtà dinanzi ad un mondo così scientificamente decifrato e tecnologizzato. Venticinque anni con l'antico mestiere dell'uomo-Adamo cacciato dal paradiso terrestre, Adamo con il sudore, la fatica, la puzza, la pena, la trasgressione, la preghiera e la speranza di un altro giorno che deve passare. ("a dda' passa' a nuttata") Il rapporto uomo-mare è stato visto da tutte le angolazioni possibili, nella molteplicità e nella profondità infinita. Eppure c'è ancora moltissimo da dire e da scrivere, soprattutto c'è moltissimo da fare, se vogliamo avere un futuro, futuro che probabilmente non riguarda questa associazione, ormai logora, asfittica, bolsa, che ha esaurito i suoi compiti, organizzando per troppi anni un concorso che si riferisce alla città di Gallipoli, ma di cui la città non ha mai sentito la necessità, né tantomeno l'Amministrazione Comunale, che non ha mai elargito un soldo bucato per questa manifestazione. Venticinque anni faticosi perché il poeta rimane sempre un principiante, come ha dichiarato il senatore a vita Mario Luzi, un principiante che deve continuamente ripartire da zero e cantare per gli uomini che percepiscono solo la musica e non le sue sofferenze. Venticinque anni fa.
Eravamo giovani e ignari e le poesie erano poche e brutte, però pervenivano da diversi latitudini, da Varese, da Venezia, da Torino, da Roma, dalle quali avevamo allertato dei colleghi e amici di amici. Non era poesia pura, ovviamente; anzi non era neppure un meccanismo letterario vero e proprio, nessuno di quei concorrenti balzani pensava di fare arte, ma volevano comunicare, volevano magari confessarsi, senzafalsità retoriche. Non ci crederete , ma fu una specie di inventario globale della realtà su scala minimale. Più che versi erano gridi, un concentrato della tensione storica e della contraddizione sociale; una specie di banca dati, furono quei versi, quelle pulsioni immediate di delirio contemporaneo; era uno spaccato del costume letterario, ma anche una sorta di operazione conoscitiva in cui si registrava il naufragio dell'individuale. L'uomo da solo non può vivere, impazzisce. Ma non sa stare neppure insiemeagli altri. Da qui nasce il dramma. Quei poeti non facevano che piangere e forse ne avevano ragione. Erano poeti della difesa del proprio "io "e dei propri valori spirituali da tutto ciò che minacciava e minaccia (l'imbarbarimento della lingua, la perdita della forma, l'omologazione, la massmediologia, la tecnologia esasperata e spietata, la completa spersonalizzazione) la sua fittizia inconsistenza... Anche le poesie di oggi sono gridi, ma forse il primo verso dell'uomo è stato un "ahi", un grido di dolore. L'ultimo dramma di Samuel Beckett,"Respiro", dura trentacinque secondi ed è un vagito, il vagito doloroso di un neonato, o l'urlo di Munch, il silenzio infinito e disperato dei deportati nel lager di Auschwitz. La poesia, è vero, non è morta, come diceva Brecht, resiste, si rigenera come il mare, è un grido di libertà (Uomo libero sempre amerai il mare) ma non può fare molto più che testimoniare. Certamente non produce effetti taumaturgici, nè - forse - adempie ad alcun fine preciso, che non sia quello dell'umana comprensione e della libertà dello spirito. La poesia è fatta d'amore? Sì, certamente , ma anche di sogni sporchi, di dubbi e di paura della morte.
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