14 novembre 2006

Papa Luciani

di Augusto da San Buono

Su Papa Luciani, sul suo sorriso d’umiltà che illuminava tutto e tutti, sul suo subitaneo e “misterioso” abbraccio coll’angelo della morte, su tutte le simbologie legate al suo breve pontificato, - 33 giorni, come trentatrè furono gli anni sulla terra del suo Signore, quattro i discorsi ufficiali, come quattro sono i vangeli, - si sono consumati milioni di ettolitri di inchiostro, aperti migliaia di sit web, scritti decine e decine di libri, romanzi, reportages, realizzati documentari, incontri simposi dibattiti e ora – da ultimo – una “fiction” di grandissimo successo, grazie anche al bravo Neri Marcorè, che è stato interprete efficace, credibile, molto sensibile e misurato, della figura del prelato veneto.

Ma chi era veramente Albino Luciani, che sul finire d’una torrida estate romana, nella notte del 29 settembre 1978, se ne era andato in punta di piedi, sereno, e quasi sorridente, nel suo letto, come in punta di piedi, - senza che né lui né altri lo prevedesse, - 33 giorni prima era divenuto vicario di Cristo?
“Un prete di soave candore, - dice Gino Strada -, straordinario ed esemplare per apertura religiosa e culturale” .“Un papa umile che ci ha insegnato il vero Vangelo”, confermano Carlo Bo ed Ermanno Olmi. “Cosa bella e mortal passa e non dura”, esclama– molto petrarchescamente - il poeta Zanzotto.
”Sì, non poteva che essere breve e rapido quel suo pontificato, com’era stato, quattro secoli prima, quello di Marcello Cervini. E’ stato pontefice solo per il tempo di un sorriso”, scrive Vittore Branca, che lo conosceva bene e, insieme alla moglie, era andato a trovarlo in Vaticano, ventidue giorni prima della morte. Erano appena le sette di mattina e l’inusitata visita, tra le logge e le sale vaticane ancora deserte, aveva lasciato esterrefatti gli svizzeri e le guardie palatine. Ma papa Luciani - continua Branca - aveva accolto gli ospiti, come sempre, con quel suo straordinario sorriso, luminoso e semplice, da popolano di grande fede, come erano gli apostoli, sulla cattedra di Pietro. E lui, l’umile don Albino, che aveva impegnato tutta la sua esistenza a ricercare la sostanza del Vangelo, come unica ed eterna verità, al di là di ogni contingenza storica, o peggio, di mode o di politiche del momento, quegli apostoli avrebbe voluto vedere nei visi dei cardinali e degli alti prelati della curia vaticana. A loro si era rivolto con sincerità di cuore, con quella sua disarmata e disarmante semplicità, che demitizzava ogni forma ecclesiastica, per riportare tutto alla sostanza; insieme a loro avrebbe voluto imporre – pur senza rinnegare nulla dell’Antico, il “Nuovo Testamento”, e le sue realtà di umanità e concretezza; a loro aveva richiamato che bisognava essere soprattutto “preti”, sempre al servizio di tutti, e aveva ricordato il valore del sacrificio e dell’obbedienza, “ di fare la volontà altrui piuttosto che la tua, di cercare l’ultimo posto, di servire in umiltà la chiesa e non fare i divi, i personaggi alla moda che criticano, contestano, demoliscono, di essere, in ultima analisi, testimonianza viva di Cristo, come lo era stato lui, in modo eccezionale, per tutta la sua vita.

Ma i vari Paul Marcinkus, Presidente dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose, ( “Questo papa non è come l’altro) che era divenuto un centro di Affari legato a Gelli, Sindona e Calvi, così come il Cardinale Jean Villot, Segretario di Stato, Agostino Casaroli, ed altri presuli con alti incarichi, - tutti confermati da Papa Luciani, nonostante le mille e una perplessità - erano di tutt’altro avviso (non dimentichiamo che molti di essi facevano parte di quella lista ecclesiastico-massonica divulgata da Mino Pecorelli che probabilmente costò la vita al giornalista) e cominciarono subito a far circolare l’immagine di un papa inetto, uomo poco adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la complessità dell’apparato che doveva governare. Il cardinal Siri – che era stato designato quale probabile successore di Paolo VI - dirà alla sua morte che Luciani era troppo emotivo, troppo timido, troppo stressato, troppo debole di cuore per il carico di responsabilità che aveva, e Cesare Musatti, l’illustre psicoanalista, parlerà della sua morte come di una sorta di sublime fuga mistica, la cui simbologia è rappresentata dalla presenza sul suo comodino della "Imitazione di Cristo" e soprattutto da quel fatale numero 33 che rappresenta la sintesi di una identificazione totale con il Cristo, unico vero porto di salvezza, in questo caso dalle fauci di una corte che non risparmiava occasioni per fargli presente la sua inadeguatezza.

Luciani era una persona umile e semplice, è vero, ma non un sempliciotto e neanche uno sprovveduto (Era partito da ardite avventure di pensiero, con una tesi dottorale sull’”Origine dell’anima secondo Rosmini,” e da sottili disquisizioni teologiche, ma poi. come curato e come vescovo, era giunto man mano ad uno scrivere parlato in cui ricorrevano soprattutto parole del Vangelo o di Santi e di autori popolari).
“Mi confidò una volta – scrive Vittore Branca – di non sentirsi un vescovo-aquila, di quelli che planano con documenti dotti e magistrali da altezze sublimi, né un vescovo-usignolo, di quelli che cantano in modo poetico e affascinante le lodi del Signore, ma solo un vescovo-scricciolo, che sull’ultimo ramo dell’albero ecclesiale cerca di ripetere chiaramente e semplicemente la parola di Gesù sui temi che sono centrali nella coscienza dell’uomo”.
Papa Montini aveva uno stile alto e teso, pieno di ombre e contrasti drammatici, tra Chesterton, Mauriac e Bernanos; lo stile di papa Woytila era tra il lirico e il teatral-gestuale, la scrittura di papa Luciani è piana, affabile, scorrevole, ridente, sui moduli di un Bernardino da Siena, Filippo Neri, Don Bosco. Un linguaggio fatto delle realtà quotidiane, tutto semplicità e immediatezza, tutto mirato ai semplici, ai bambini, ai poveri, ai sofferenti. Egli viveva costantemente nella sua dimensione pastorale, l'unica nella quale si sentiva a suo agio, da vero sacerdote.

E non si sentiva a suo agio nelle grandi sale vaticane, dove fu effettivamente isolato, lasciato solo, persino dai suoi segretari. Era così disperato, - testimonia un sacerdote veneto di alto profilo culturale - al punto di chiedergli di fargli spesso visita e persino di dargli una mano per mettere a posto le carte dello studio. Se questo era il contesto, la sua "uscita" – afferma Musatti - è stata drammaticamente coerente e misteriosa al tempo stesso (ma non nel significato romanzesco e poco credibile dato da Yallup) nel senso di trovare "nella profezia che si avvera " l'unico rimedio di salvezza, mediante un olocausto che a quanto pare non è stato vano nella vita della chiesa. Le sue fisiche debolezze (cuore, polmoni ecc.) e la probabile caduta, in una situazione di estremo stress, delle difese immunitarie, non sarebbero state in questo senso altro che un facile veicolo di realizzazione di questo inconscio sacrificio.

Si era sempre sentito, come Francesco d’Assisi, “servus inutilis et ineptus”, aveva spazzato via la solennità del plurale maiestatico con quel suo primo discorso (quell’ieri e quell’io) ; con quel suo gesto familiare di ravviarsi il ciuffetto aveva relegato per sempre in museo la tiara papale; aveva presentato Dio stesso come Madre pietosa e soccorrevole, amorosa e, previdente, indulgente, perché conosceva gli uomini e i loro problemi, conosceva l’anima popolare, i bisogni della gente semplice e quando, da patriarca di Venezia, preparava le sue omelie, le leggeva in cucina alle suore domestiche e al portiere per poter giudicare meglio della loro comprensibilità. “E’ fra i migliori teologi e fra i più santi vescovi di oggi,” aveva detto di lui Papa Montini, che lo aveva in qualche modo designato suo successore imponendogli la sua stola papale nel 1977 in piazza San marco tra la folla plaudente.
“La chiesa è chiamata soprattutto a dare al mondo quel supplemento d’anima che da tante parti si invoca, si dovrebbe riproporre e riprendere energicamente il senso di cultura dell’anima”, disse Giovanni Paolo I a Vittore Branca nell’udienza del 7 settembre. “Quella che non nutre e non eleva l’anima è una noncultura: esercitazioni di accademici, di retori, di mestieranti. Può interessare loro, non gli uomini di strada e del lavoro. Bisognerebbe che la cultura sapesse infondere nell’umanità quel supplemento d’anima che solo può assicurare la salvezza a questo povero nostro mondo straziato e tormentato”.

Per trentatrè giorni, questo papa gioioso e drammatico, umile e tribolato, intralciato da dolorose incomprensioni e da forze religiose e laiche, che ebbe il suo transito, rapido e misterioso, mentre tutti, anche i più fedeli dormivano, come nell’orto del Getsmani, si macerò di sorrisi ed extrasistole, sempre coerente con quello stile di vita e di servizio vissuto da prete, da vescovo, da patriarca e da papa. E con questa certezza:
“ Siamo i figli della speranza, lo stupore di Dio… Io sono pura e povera polvere: su questa polvere il Signore ha scritto… Mi spiego ancora meglio: come Albino Lucani sono una ciabatta rotta. come Giovanni Paolo I è Dio che opera in me, e Dio non può sbagliare”. Il giorno prima di morire aveva detto al suo ultimo interlocutore, il cardinale Bernardin Gantin: “Solo Gesù Cristo dobbiamo presentare al mondo. Fuori di questo non avremmo nessuna ragione di parlare: non saremmo, del resto, per la nostra incapacità neppure ascoltati”.

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