06 ottobre 2006

Le strade di Oriana Fallaci

di Antonio V. Gelormini

Immancabile, prematura e precipitosa, all’indomani della scomparsa di Oriana Fallaci, è cominciata la corsa alla richiesta di intitolazione di vie, strade e piazze. Qualcuno si è spinto a chiedere anche quella di un teatro (a Milano e a Varese), temendo la beffa di vedere i marciapiedi prescelti invasi da bancarelle improvvisate, djellabah di ogni fattura e profumi speziati dal forte sapore extra-comunitario.

Il malvezzo italiano ai facili entusiasmi, all’esaltazione suprema sugli altari e al repentino abbandono nella polvere, in caso di caduta in disgrazia dell’osannato, ha radici antiche. Testimonia una sostanziale superficialità di fondo, che porta a lavare le coscienze con sorprendente facilità, ad inflazionare i minuti di silenzio, le medaglie, le vie e le piazze con dedica. E segnala quella dose di ipocrisia, che la Fallaci perseguiva con disprezzo e smascherava con cinica precisione.

Una debolezza, purtroppo, che enfatizza e produce clamore per l’eroico “saluto alla vita” di Fabrizio Quattrocchi, ma fa passare quasi sottotono il gesto immenso di suor Leonella. “L’artigiana di pace” che, perdonando i suoi assassini, diventa “segno pacifico di contraddizione e dimostra la vittoria dell’amore sull’odio e sul male” (Benedetto XVI).

Ci sono ancora troppe poche vie dedicate a Eduardo, a Croce, a Montale, a Pirandello, a Luzi o a Boccioni e Modigliani per pensare già di fissare e archiviare, su una lastra di marmo o una tabella di latta, la memoria scomoda di uno spirito ribelle come quello di Oriana.

Ora il suo riposo merita pace e rispetto. Il tempo, come al solito, riuscirà ad essere galantuomo!

(gelormini@katamail.com)

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