05 ottobre 2006

L'arte di Mimmo Anteri

di Augusto da San Buono

Metti una sera di fine maggio in una Gallipoli pietrificata innumerabile infinita eterna sempre uguale a se stessa nella sua ciclicità circolare, con un mare da darsena di luci e da catamarano blu velluto sulla riviera di levante che all’orizzonte torna ad essere il mare-madre-magma-materia che tutto accoglie. E, dietro il mare, una casa-piramide-terrazza-finestra – labirinto-melograno, una sorta di castello incantato “dai destini incrociati”, in cui vanno a convergere tredici piccoli indiani cacciatori di emozioni, “dono prezioso degli dei”, per trasformarle in qualcosa di visibile, di percepibile, di materico, attraverso le parole, la musica e la pittura. Metti un po’ di giovane Ennio Morricone dal sangue sull’asfalto, da Califfa prima e dopo l’amore, che rifà nascere Venere dalla schiuma del mare; metti una serie di tavole acriliche colorate, dove c’è spazio tempo geometria delle sofferenze e sangue, la profondità di certi strati delle carni e dell’anima, o paesaggi cristallizzati con i loro mondi rotanti di viola, fazzoletti bianchi e nastri rossi, fili di memorie e di silenzi che legano passato e avvenire, trasmigrazioni blu mentalis, elegie mediterranee e notturni di densa ritmicità, risonanze e vibrazioni di un’anima, opere che fasciano le pareti di quel castello incantato dai destini incrociati, e che ti guardano intensamente come corpi illuminati, echi di memorie primigenie, figurazioni liriche, esiti di sogno. Metti al centro della sala l’autore nonché Signore del Castello, Mimmo Anteri, con le sue idee d’uomo di cultura autentica, di artista “accanito sperimentatore e grande classico”, che basa le proprie scelte sul principio della "necessità interiore" e del “palpito dello spirito"; metti, connessi ai quadri e alla musica, dei versi di grandi poeti del Salento, - vds. Bodini, Pagano, Verri, Toma, D’Andrea, ecc. - e, sullo sfondo, degli attori che sanno recitarli a dovere, come Pino Della Rocca, Manola Petruzzi e Francesco Cortese del gruppo teatrale Talianxa di Gallipoli; metti nella dialettica che segue un sospetto di magia rinascimentale che anima e coinvolge, appassiona, fa incontrare e scontrare, da un lato, un critico d’arte architetto dell’invisibile come Eugenio Giustizieri, lucido, umano e di libero segno; e dall’altra un artista magliese decisamente informale, da “ autre”, come Nicola Cesari, che fa da anni ricerca di autenticità nei confronti del reale, soprattutto della realtà naturale nei suoi molteplici aspetti; metti, a ridosso dei due, un pragmatico, un giovane manager culturale vivo brillante e ricco di idee innovative come Augusto Cavalera, che da anni va gridando nel deserto che arte e cultura sono essenziali, indispensabili per lo sviluppo del territorio; aggiungi uno scrittore rabdomante assetato di acqua sorgiva salentina come Maurizio Nocera, da sempre alla ricerca di radici e di talenti, e della loro valorizzazione; metti tre donne vere, e splendide, nella loro diversità, - Francesca Testa (artista), Pamela Serafino (insegnante e scrittrice) e Ada Donno (insegnante, giornalista e militante attiva, particolarmente impegnata sul fronte dei diritti delle donne mediterranee e delle aree più depresse del mondo)- tutte in prima linea nei confronti dell’arte, cultura e società, e vivamente attratte e partecipi dell’inusitato convegno che sembra farsi da solo. Infine, aggiungi un pittore come Tonino Cavalera che, umilmente, si traveste da cameramen, per immortalare l’evento, e – dulcis in fundo – la presenza (rara, per non dire unica) del nostro amato direttore, Nicola Apollonio, in qualità (ci tiene a sottolinearlo) di “puro spettatore”, ma in realtà un po’ granchio e un po’ farfalla, nonostante la sua mole, sospeso tra scetticismo e curiosità, ombra di melanconia e spiraglio d’umorismo. Aggiuncici un cavaliere del secchio (il vostro cronista), mescola il tutto ben bene, fai uno scekeraggio, e otterrai un cocktail originale, un vero e proprio shock, per qualcuno, così vivo, intenso, stimolante, come non ti saresti mai aspettato, qualcosa che avrà sicuramente un seguito, una ripercussione sugli spettatori della serata, considerato anche che questa sorta di metissage culturelle, come direbbe Florio Santini, è stato allietato dal finale sulla terrazza a guardare il catamarano blu che nel frattempo s’era fatto etereo, anima metallica danzante sull’acque magiche. Ti può capitare – per un attimo - di dimenticare i tuoi pensieri, le tue preoccupazioni, i tuoi principi filosofici e lasciarti scorrere addosso lo spazio e il silenzio nudo delle cose, come i gabbiani che seguono il loro corso naturale, o di ritrovarti come una sorta di equilibrista gravitazionale “chagalliano”, provare paura, sgomento e, insieme, il senso della libertà, l’ebbrezza del volo e dell’infinito, il ritorno all'armonia della natura e del creato, ad una verginale purezza. Tutto ciò possono trasmetterti i quadri di Mimmo Anteri, perché tutto - tracce memorie e nostalgie dei mattini iniziali del Salento, ma anche abissi di solitudine, fragilità, cristalli e costellazioni, figure d’anime che vengono da dove non siamo mai stati, - è dentro di lui. Diceva Aligi Sassu :"la pittura è poesia e musica del silenzio, prima ancora di essere verità che cala nel presente il passato ma anche l'avvenire, ciò che sarà ed è". Ma – alla fine - il poeta, il musicista, il pittore, l'artista, non hanno nessun potere taumaturgico, non possono consolare nessuno, né possono abituare l'uomo all'idea della guerra e della morte; non possono diminuire la sua sofferenza fisica, né promettere un eden, o un inferno più mite. E tuttavia, quando siamo scontenti per il mondo com’è, quando questo nostro mondo sembra non potersi reggersi più così com'è, uno ha bisogno, magari per un attimo, di una proiezione fuori dall'immanente. Ed è questo, in fondo, quello che ci ha donato l’arte di Anteri, in una sera di fine maggio, in un paesaggio e in un’atmosfera di sospesa astrazione.

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