09 ottobre 2006

Chiusura della libreria Veroni di Varese

di Eros Barone (tratto dalla rubrica "Con rispetto parlando" de "La Prealpina" del 8 ottobre 2006)

La chiusura di una libreria è sempre un evento inaspettato e inaccettabile, che richiama alla mente l'immagine di un vandalo nell'atto in cui, spinto da un risentimento cieco ed ottuso, lacera e sfregia con un coltello la tela di un bel dipinto. Nello stesso modo quell'evento ferisce il cuore e rattrista l'animo di chiunque ami la cultura, e i libri che di questa sono il principale mezzo di comunicazione. Laddove vorrei che il termine di 'comunicazione', così usurato e consunto nei nostri tempi altrettanto labili quanto telematici, fosse percepito nella sua accezione primaria e fondativa, e quindi nella sua laica sacralità, come 'ciò che si mette in comune', 'quel pane del sapere e della conoscenza che mai può essere spezzato e condiviso da soli'. Tali, o non molto differenti da queste, sono state le impressioni che ho ricevuto, con i sentimenti e le riflessioni che le hanno accompagnate, quando qualche giorno fa - in coincidenza simbolica con la fine dell'estate -, trovandomi a Varese e avendo deciso di passare dalla libreria Veroni, giunto che fui nelle sue vicinanze, mi resi conto, osservando le vetrine dove di solito facevano bella mostra di sé le novità librarie, che gli scaffali erano vuoti e che la stessa scena desolante si ripeteva, anche se in forma meno vistosa, nei locali interni della libreria. "Buongiorno, professore," mi salutò con la consueta sorridente affabilità, venata tuttavia da un'ombra di tristezza e di apprensione, il signor Aldo Veroni, "come andiamo?". "Bene, carissimo, altrettanto mi auguro di Lei," risposi, e domandai a mia volta: "State rinnovando i locali?". Così appresi, da colui che è sempre stato, prima ancora che un venditore, un amante dei libri e un amico dei lettori, come e qualmente la parabola discendente delle vendite negli ultimi anni, l'aumento inarrestabile dei molteplici costi che gravano sulla conduzione degli esercizi commerciali, la dura concorrenza della grande distribuzione e la selvaggia ristrutturazione del mercato in senso vieppiù monopolistico non avessero consentito altra alternativa che non fosse quella di abbassare per sempre la saracinesca, ponendo fine all'attività di una libreria storica della città di Varese. E mentre il signor Veroni mi spiegava come la legge del massimo profitto non conceda sconti e non riconosca eccezioni a chicchessia, risuonavano nella mia mente i versi, ad un tempo irati e accorati, con cui il poeta lombardo Giovanni Raboni ha dato voce ad una memorabile invettiva contro il mercato capitalistico: "Che in tutto fra tutte suprema sia / la legge del mercato, che a lei deva / subordinarsi restando utopia / per sempre tutto quello che solleva / l'uomo da se stesso sembra alla mia mente quasi incredibile. Ma alleva / menti per crederci l'economia / trionfante, fa che ciascuna s'imbeva / di quel credo miserabile e creda / a esso fieramente come al più santo / vangelo; e non ha scampo chi rimpianto / dell'altro s'ostina finché non ceda di schianto il cuore a provare e di noia / trema dove per altri è ottusa gioia." "Sono sconcertato, desolato e addolorato per quanto mi ha riferito," esclamai dopo aver ascoltato le parole dell'amico libraio, "e Varese che fa? Non posso credere che il Comune assista, senza intervenire, a quella che è una perdita secca per la qualità della vita culturale e sociale della città?". Il mio interlocutore, allargando le braccia, mi rispose che la solidarietà dei clienti più affezionati non era mancata, ma che la congiuntura stagionale non aveva favorito una maggiore e più sollecita sensibilità. "Caro signor Veroni, non mi illudo che un articolo della mia rubrica possa risolvere il problema, ma è l'unico modo in cui posso manifestarLe la mia solidarietà e lanciare un appello a chi, potendo, deve intervenire". La conversazione volgeva alla fine, il mio interlocutore mi salutò: "Caro vecchio professore, d'ora in avanti avrò più tempo da dedicare alla lettura dei libri...". Non occorreva parlare oltre. Il suo volto, pieno di nobiltà e di umiltà al tempo stesso, dava come sempre, ad onta delle avverse circostanze, serenità e conforto a guardarlo. Essere stato un frequentatore della sua libreria, aver intrattenuto con lui, in quei locali ordinati ed eleganti, una civile conversazione, aver sentito quale fondo di chiarezza alimenti in lui il bene della vita, sono doni che sopravvivono alla fine di un'attività e alla chiusura di un negozio.

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