07 settembre 2006

"Anima e morte. Sul rinascere" di Carl G. Jung

Jung: sull’indicibile di Francesco Roat (tratto dalla rivista on line Caffe’ Europa - http://www.caffeeuropa.it/)

“Su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”. Questa considerazione perentoria di Wittgenstein – la frase conclusiva del suo celebre Tractatus – si riferisce alle questioni cosiddette metafisiche (ad esempio, se vi sia o meno un aldilà o cosa ci attenda dopo la morte), intorno alle quali il pensatore austriaco ritiene la filosofia non possa e non debba occuparsi.
Diversamente la pensava Jung, che lungo tutta la propria indefessa indagine intorno alla psiche – o anima, per dirla con bella voce latina – si occupò in continuazione di problematiche inerenti la sfera religiosa, spirituale o comunque relativa ad ambiti non meramente mondani e/o materialistici; poiché riteneva che tutto quanto noi pensiamo del mondo (l’aspetto della mera coscienza) fosse strettamente legato ad un ambito pre-logico (la dimensione dell’inconscio), non certo solo soggettivo (nasce con Jung il concetto di inconscio collettivo), da cui egli riteneva emergessero simboli, immagini e metafore psichiche – i cosiddetti archetipi – assolutamente non riferibili al logos (alla razionalità), ma espressivi della nostra più profonda e autentica realtà psichica e umana.
Così in Anima e morte, del 1934, il fondatore della psicologia analitica prende posizione sull’indicibile dell’exitus: sul senso (o non senso) del venir meno al termine della nostro itinerario esistenziale; tema su cui egli pensa che non solo la religione possa e debba parlare. Scrive a tale proposito Jung: “mai s’impone in modo più stringente e penoso il problema del significato e del valore della vita come quando assistiamo all’ultimo respiro che abbandona un corpo”. Vale a dire: è ineludibile, di fronte allo scacco della morte, una riflessione sullo scopo, sul perché (o viceversa sull’assurdo o inanità) di un annichilimento fonte di lutto, angoscia e impotenza.
Ma forse – suggerisce lo studioso svizzero – è necessario innanzitutto mettere in parentesi le idee preconcette che noi moderni disincantati abbiamo sulla morte, ovvero il considerarla solo una cessazione, una fine; e non già piuttosto un fine: un compimento equivalente al raggiungere una meta. Jung compara dunque l’esistenza alla traiettoria parabolica di un proiettile, il quale attraversa varie fasi. Partendo da una situazione di quiete esso conosce un moto di ascesa, di discesa e infine trova nuovamente quiete. Ebbene, per restare sempre nell’esemplificazione junghiana, come il proiettile si arresta – giunto al bersaglio – così: “la vita termina nella morte, che è quindi il bersaglio, lo scopo di tutta la vita”.
Affermazione paradossale solo se insistiamo nel dare risalto/significato appena alla nascita/inizio del nostro essere al mondo, e mai alla morte/fine dell’umana parabola. Di contro, l’obiezione, che lo stesso Jung per primo si pone è però prevedibile: Ma allora: “che cosa si ottiene con la morte?”. Ovvio che il Nostro nemmeno osi risposte esaustive. Tuttavia, nel tentativo di replicare allo scontato rilievo, il Nostro si rifà al consensus gentium, cioè alla credenza tradizionale/popolare nell’exitus quale passaggio ad un’essenza altra (l’“aldilà”, per capirci) e al messaggio comune un po’ di tutte le religioni, che nella morte vede un transito e una trasformazione non negativi, ma volti a farci partecipare all’eterno.
L’ateo, l’agnostico o più semplicemente il razionalista potrebbe obiettare a questo proposito che di fantasie si tratta, di illusioni consolatorie; in ogni caso di scenari scientificamente inattendibili e non verificabili; quindi privi affatto di credibilità. Ma suppongo Jung gli farebbe notare come i simboli e i mitologemi religiosi non siano tanto prodotti della coscienza, ma dell’inconscio, ossia del nostro strato psichico più profondo, che tutti gli uomini hanno in comune. Gli direbbe forse altresì che il tema della morte non come fine ma come inizio di nuova vita sia non già il prodotto d’una elucubrazione consapevole/ingannevole – magari finalizzata ad esorcizzare l’ansia del trapasso e della finitudine – quanto un antichissimo frutto spontaneo millenario, maturato nei recessi più abissali e misteriosi della psiche, o anima, appunto.
“L’essenza della psiche si estende in tenebre che sono molto al di là delle nostre categorie intellettuali”, nota, sempre in Anima e morte, l’autore. “L’anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l’universo con le sue galassie, di fronte al cui sublime aspetto soltanto uno spirito privo di fantasia può non riconoscere la propria insufficienza”.
Sicuramente queste puntualizzazioni non significano si possa dire nulla di certo intorno al dopo rispetto alla morte o al suo significato. Del resto l’anima/psiche tiene in gran poco conto le certezze razionali. Resta che chi riuscisse a pensare – come gli antichi – alla morte come compimento o fioritura dell’essere, egli non solo eviterebbe di guardare alla fine come una cessazione definitiva e/o angosciosa, ma “godrebbe inoltre il non disprezzabile vantaggio di trovarsi in armonia con una "inclinazione" dell’anima umana, esistente da tempo immemorabile e universalmente diffusa”.

(Carl G. Jung - Anima e morte. Sul rinascere - Bollati Boringhieri, pp. 88, € 11,00)

Nessun commento:

Posta un commento

I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.