02 luglio 2006

Il viaggio di Cèline, scrittore popolare

di Augusto da San Buono

Cèline?...
Beh, a dirvela tutta io -anche oggi- sai quanti ne impiccherei di questi sporchi razzisti guerrafondai, belve sanguinarie sparse su tutta la terra, uno che è stato con Petain, che è stato con Hitler, che ha fatto ammazzare centinaia, migliaia di ebrei. Me ne frego che sia uno scrittore. E’ un criminale… Un bastardo randagio da prendere e sbattere nel cestino alla prima schifezza. Il suo libro più famoso, “Viaggio al termine della notte”, l’avevo raccattato da un lenzuolo a terra, da un venditore da marciapiede, sparso tra i libri usati, sporchi, pidocchiosi, ancora raccolti nel lenzuolo fetido.
Aveva detto «scrivo come posso, quando posso, dove posso [...] ho sempre dovuto rubare ore a quelli che mi davano lavoro, rubare tempo ai mestieri che mi davano il pane [...]. Scrivo in fretta e furia, come sempre ho vissuto: in fretta e furia». E ancora, altrove: «l'argot non si fa con un glossario, ma con delle immagini nate dall'odio, è l'odio che fa l'argot. L'argot è fatto per esprimere i veri sentimenti della miseria».
Ma poi, nell’intervista che rilasciò un anno prima di morire, nel 1960, corregge il tiro.
“Io so che significa inventare! Prendi gli impressionisti: un giorno di sole, presero i pennelli e andarono a dipingere all’aperto, e là videro per davvero come ci si mangia, sull’erba. Prendi Bach e Debussy, due rivoluzionari, hanno mescolato, i suoni. Io mescolo le parole, tutto qui. Per un romanzo dei miei , tu , scrittorello di merda, ne devi scrivere ottomila di pagine e non ottocento”.
Senti come parla, il saccente. E che cosa cerchi di dimostrare, con questa eloquenza, vecchio porco nazista?
“Emozioni. In principio c’erano le emozioni, e non le parole. Io faccio diventare emozioni le parole. La parola è orribile, non la puoi annusare. Ma raggiungere il punto in cui quell’emozione la puoi tradurre, ma quello è un momento di una difficoltà che non puoi immaginare… uno schifo, al di là dell’umano… E’ un giochetto in cui ci puoi lasciare le penne”.
Che ne sai in realtà , tu, vecchia fogna, spia del Reich, che vivi insieme ai topi e ai rifiuti, di quel carro bestiame che è la guerra e ha preso noi, innocenti, ci ha ghermiti appena nati, in mezzo alle rovine, e poi ci ha dispersi, ci ha divisi per sempre. Io sai che ti dico, Louis - Fernand? Che da qui alla fermata dell’autobus -duecento passi- ti butterò nel secchio della mondezza, te lo assicuro. Puzzi talmente che al massimo riuscirò a leggere tre pagine del tuo “voyage”.
E invece… me lo sono letto fino all’ultima riga quella fogna di libro e poi (me ne vergogno quasi) l’ho conservato, ridandogli una pulita. Ora ha la copertina nuova di zecca, (l'ho portata a rilegare ) ma le pagine sono rimaste gialle, come lui, “il traditore”.
No, no, amici di Insubria , il “viaggio” non è l’inaugurazione di uno stile , ma la più forte maledizione della guerra, anche se l’unica storia che conti – lo dice lui – è quella per cui hai pagato.
Certo, dice anche cose interessanti, belle, non filosofeggia, non butta avanti teorie, solo si appoggia a quel po' di vita scassata che gli hanno lasciato, non ammazzandolo dopo la guerra - come avrebbero dovuto e come è capitato ad altri collaborazionisti “non peggiori di lui”... ma ciò non è accaduto, non si sa perché, non è accaduto e basta, come per migliaia di sporchi bastardi nazisti, macellai dei campi di sterminio... Eppure il suo “viaggio” è l’unico libro che mi ha fatto compagnia in quel certo periodo nero della mia vita, non c’è stato più niente dopo che avesse quel tono di vita avvelenata, rubata agli altri per il solo fatto di essere sopravvissuto, quel tanto di vita residua sopra un mucchio colossale di ventenni macellati, di tutte le razze e le religioni, nei fossi dalle schegge di ferro…
Cèline?
Vogliamo condannarlo come uomo? è giusto che sia così? e va bene condanniamolo! ... In fondo lui avrebbe preferito morire così, come una bestia, appartandosi, foss’anche un plotone di esecuzione, “è un tratto dignitoso e nobile della natura, che solo le bestie hanno conservato, quello di morire così, appartati, senza scassare i zibbedei a nisciuno”, parola di Celine, che non voleva morire agonizzando nelle corsie degli ospedali. Impicchiamolo, dunque, anche moralmente, e gli faremo un favore. Ma insieme a lui condanniamo mille altri scrittori, a partire da quel ruffiano di Virgilio o da Ovidio che cantano le imprese guerresche degli eserciti imperiali... e facciamola finita!...
La felicità non è impiccare la gente ma "avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante", come dice Nietzsche. E Celine ribatte: ”Io non so che cosa sia, la felicità. Se mi dessero abbastanza quattrini per tirare avanti senza problemi, se potessi andarmene da qualche parte a osservare la gente, senza dover lavorare, se potessi starmene in pace con i miei cani e i miei gatti… Piante e bestie recano i segni della salvezza come l'uomo quelli della perdizione... Ecco questa sarebbe per me la felicità, starmene da solo, in pace, su una spiaggia di fronte al mare. Da mangiare il minimo necessario, quasi niente. E una candela, solo una candela per leggere il giornale… Ma in realtà la felicità non la chiedo, né m’interessa. Godersi la vita è una questione di temperamento, di dieta. Bere, mangiare, fottere, ecco cos’è giocare con la vita, un mucchio di cose che non ti lascia nulla, se non di molto vago. Io non sono un giocatore e questo risolve tutto. Non mi piace mangiare, non bevo, né vado più nei bordelli. E’ tutta roba da merdosi. Mi piace dormire ed essere lasciato in pace. Leggo due o tre giornali, ricevo qualche amico, e viene la sera. E così senza che te ne accorgi passano i giorni e gli anni. E quando t’invecchi le cose vanno più in fretta. Da giovani un giorno sembra non finire mai, quando si è vecchi, invece è subito finita. Da pensionato un giorno è un lampo, da ragazzo va al rallentatore”.
E questo è tutto.
”Sai che ti dico? -dice Erri De Luca– alla fine le sue parole sono le sole a suonare vere, cristosanto! anche fatta la tara su un po' di civetteria da cane randagio qual è sempre stato, a me ha venduto le pagine con cui mi sono sgrassato di dosso la fatica gelata di un inverno dei miei trent'anni nella mia città di nascita e di addio, in cui non ero più "napulitano" e in cambio non ero nient'altro. E che ero un coglione qualunque, un resto, un residuato di altra folla, io l'ho saputo lì, con quel libro stropicciato e lacero: lì, cristosanto, e mai più... Eravamo tanti, allora. Migliaia, anzi centinaia di migliaia, forse milioni di giovani. Ma solo uno di noi era "controcorrente". Si alzò e disse: "Da questo schifo di società, da questo stato di cose, bisogna separarsi. “E' giusto - dicemmo tutti in coro... "Deve essere così... Bisogna compiere un atto di eresia..."
Sì, sìì, sììì, sìììììì, - urlammo tutti a squarciagola. "Ma non più con le urla, i tumulti, no. Anzi. In silenzio". Allora tutti noi zittimmo, mentre quello continuò: "E in segreto. E non da soli. Ma in gruppi. In società autentiche, le quali devono creare una vita il più possibile indipendente e sensata. Senza alcun idea di falansterio o di colonia utopistica, un tipo di società nella quale ognuno apprenda anzitutto a governare se stesso e a concedersi giustamente verso gli altri. E che ognuno eserciti bene il proprio mestiere. Che suoni bene il proprio strumento. Sono questi i principi morali su cui deve essere fondata una società, principi che sempre, per natura, escludono la frode, la prevaricazione, la ciarlataneria; la fame e il dominio di possesso".
Sì, va bene, Erri. Ma la letteratura che cosa c'entra in tutto questo?...
A che serve la letteratura?... Mica fa cambiare idea al governante di turno che ha deciso di fare la guerra... Anzi... se mai ne rafforza la volontà e millanta opere stanno a testimoniarlo.
E allora, Céline?… Louis-Ferdinand Celine ?
Ah, sì. Dì pure che è uno scrittore popolare per eccellenza, e non perchè la sua opera si rivolga ad una determinata classe (magari per lusingarla), ma perchè tutta la sua formazione, tutto il suo essere, tutto il suo sentire appartengono al mondo della squallida povertà. E poi ricerca stilistica, ritmo, lirismo emotivo, ricchezza di espressione con frequenti ricorsi a modi popolari e anche scurrili, ed al gergo, caratterizzano questo originalissimo scrittore, che era anche un uomo notevole, a prescindere dalla sue idee non sempre condivisibili…
Sì, va bene. Ma insomma, a questo punto, perché continuare a parlarne, se la letteratura non serve a niente?

(Viaggio al termine della notte,
Céline Louis-Ferdinand, Edizioni TEA, Euro 8.50, p. 575, 2002)
(Viaggio al termine della notte,
Céline Louis-Ferdinand, Edizioni Corbaccio, Euro 22, p. 575, 2005)

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