04 luglio 2006

"Autonietta e i Borboni" di Emilia Bernardini

20 dicembre 2005
Antonietta e i Borboni, un romanzo sul Risorgimento di Augusto da San Buono

Chi era Antonietta De Pace?
Basta sfogliare le pagine del romanzo "Antonietta e i Borboni" di Emilia Bernardini, ed eccola presentarsi davanti a noi, mirabilmente, a tutto tondo. Ha solo tredici anni ed è già piena di energia e ribellione, gioca a cerchietti, è sudata, scrive, sbuffa, ride e sogna. La madre, con il suo perenne mal di testa, le dice che le si adatterebbe più la sciabola che una collana di perle. E ha ragione. In lei ci sono una ridda di sogni frenetici e colorati, un puzzle di sogni stanno nella sua testa piena di capelli neri e ricci, e nel cuore. Questa ragazzina è piena di voli e curiosità, così facile ad accendersi e a buttarsi nella mischia dell’esistenza, per non doverne poi soffrire. E infatti soffrirà, e molto. Lo farà stoicamente, senza un lamento.
Se oggi andiamo a infilarci nella città vecchia di Gallipoli, ormai semideserta, in cui Antonietta vide la luce il 2 febbraio 1818, se andiamo in quella mappa segreta di umide stradine, vicoli, corti, slarghi, nel pittoresco intrigo di logge, altane, poggioli e mignani, scale, comignoli e bassi, giardini di limoni nascosti nel cuore salso dello “Scoglio”, in quel teorema incantato di tetti e chiese che s’affacciano sul mare, in quell’equilibrio di leggiadrìa costruttiva che è Gallipoli città-isola, ritroviamo, intatta, la sua casa e il suo spirito, il suo profumo di “donna di marine/ che apre riviere”, di ragazza indomita e fiera che si trovò ben presto senza padre (forse assassinato), senza più beni e senza casa, costretta ad andarsene a vivere con la madre a Villa Picciotti (l’attuale Alezio), e, poi, infine, a Napoli, dalla sorella Rosa e dal cognato Epaminonda Valentino, mazziniano della prima ora, dove avrebbe trovato la polvere e la gloria, l’amore e il sangue.
Ogni volta che apriamo le pagine del libro della Bernardini, noi la rivediamo, questa fanciulla, nel fulgore della sua bellezza, con negli gli occhi due tizzoni ardenti e lampeggianti, nella ribellione adolescenziale al male e all’ingiustizia, nel furore tempestoso della vendetta, simile all’onda rabbiosa del libeccio che aggredisce i bastioni di Gallipoli. E sembra quasi che – percorrendo la strada principale, che porta il suo nome,- con la tramontana che leviga il carparo e la pietra leccese dei palazzi nobiliari, - ti venga incontro sorridente, le labbra di corallo fiammeggiante, la matassa dei capelli folti nerissimi, quasi blu, e ricci, e quello sguardo di donna di marine che continua ad aprire riviere.
Antonietta De Pace è una delle grandi protagoniste al femminile della storia del Risorgimento Italiano, insieme a Teresa Confalonieri, Adealaide Cairoli, Giuditta Sidoli, Anita Ribeiro Garibaldi, come conferma anche Antonio Spinosa nel suo libro “Italiane, il lato segreto del Risorgimento”. Ed Emilia Bernardini ne ritesse empaticamente la storia, facendone rivivere i momenti salienti dell’esistenza, i progetti, i dolori, le avventure, le speranze, gli amori, i momenti di gloria, come il suo ingresso a Napoli a fianco di Giuseppe Garibaldi, il Dittatore dell’Italia Meridionale, che le affidò la direzione di un ospedale, a Napoli, e le fece assegnare una pensione vitalizia.
Insomma, una vera eroina, per amor di Patria, altissimo spirito di sacrificio e coraggio smisurato, ma anche una di quelle donne che fanno della loro vita un mazzo di rose e vi si immergono con tutte le spine, donne splendide, passionali, istintive, e pur concrete, pragmatiche, con delle idee in testa e dei progetti da realizzare. Per lei non ci fu mai posto per la mediocrità, l’accomodamento, il compromesso. Ma come talora accade, la sua forza era nella sua fragilità, la sua intensità e profondità risiedeva nella sua capacità di leggerezza, di saper giocare con la vita come lo si fa con l’arte: sapeva recitare, aveva imparato molto dai napoletani e parlava il dialetto partenopeo come una autentica popolana, pur avendo natali completamente diversi; aveva il dono dell’ironia, che usò magistralmente durante le quarantasei sfibranti udienze a cui fu sottoposta nel suo processo, durante la lunga segregazione. Anzi dobbiamo dire che insieme al coraggio e alla forza d’animo, fu proprio l’ironia a sostenere il suo spirito duramente colpito da tante avversità della vita. Era donna intrepida, donna estrema e definitiva, quelle donne che entrano nella storia a viva forza, che si fanno storia, nonostante la storia cerchi di respingerle e ricacciarle indietro, perché sovvertono un ordine millenario costituito. In “Antonietta e i Borboni”, Emilia Bernardini ha ridato piena vita e assoluta credibilità alla sua ava, in un rapporto di empatia straordinaria. Lo ha fatto con uno spessore narrativo degno del massimo rilievo, con l’ampio respiro del romanzo ottocentesco, ricostruendo quasi magicamente gli scenari, le architetture, gli arredi, i panorami di Gallipoli e del Salento del diciannovesimo secolo, con tutto lo splendore, la vitalità, lo scintillìo, lo stupore e la meraviglia, il profumo, il fascino di un’epoca irripetibile. Il romanzo è strutturato al modo della fiction, con un taglio narrativo spedito, sia nei dialoghi che nella descrizione degli interni, con un ritmo che sa d’avventura, e anche – in qualche modo – di suspense. Se ne potrebbe fare un film, la sceneggiatura è quasi già fatta, per il resto, come ha scritto qualcuno ogni biografia e’ solo frammentaria… Ma al di là dei valori propriamente storici e sociali (Emilia non è una storica, né una sociologa), Antonietta e i Borboni soprattutto è un bel romanzo, che si lascia leggere tutto d’un fiato, nonostante le sue 430 pagine e dice cose che solo un romanzo può dire. Il romanzo - ha detto qualcuno - conosce l’inconscio prima di Freud, la lotta di classe prima di Marx, la ricerca dell’essenza e delle situazioni umane ben prima della fenomenologia. La storiografia scrive la storia della società, non quella dell’uomo. “Uno storico racconta avvenimenti realmente accaduti, traccia mappe del reale, il romanziere non è uno storico né un profeta, è un esploratore dell’esistenza”.

(Antonietta e i Borboni - E. Bernardini - Avagliano Editore - Euro 15,00 – p. 429 – 2005)

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