28 giugno 2006

Carlo Levi e i contadini del sud

di Augusto da San Buono

Durante gli ultimi vent’anni della sua vita lo studio romano di Carlo Levi fu una sorta di ambasciata dei contadini meridionali, o meglio, come un avamposto del mondo contadino… ”Le notizie che arrivano al suo studio – scrive il suo grande amico Italo Calvino - non si trovano sui giornali… Sono notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere i campi lontani, notizie di lutti, di arresti, di occupazioni di terre, ma anche notizie di filtri d’amore, di incantesimi, di spiriti notturni. Alla sua ambasciata si possono trovare tesori appena giunti da questi lontani re, i formaggi caprini, i vini mielati, i santini di gesso. Talvolta vi si possono incontrare messaggeri: donne nerovestite, giovani dalle scarpe polverose, come se una strada segreta collegasse quei campi e quei villaggi lontani alla casa del loro ambasciatore. E allora ci prende come una vertigine di un mondo diverso che ruota nel suo tempo diverso, in un’altra dimensione dal nostro, da noi che seguiamo il tempo dei contachilometri e delle rotative dei quotidiani”.
I rapporti tra Carlo Levi, nato a Torino il 29 gennaio 1902 da famiglia borghese, con uno zio da parte materna (Carlo Treves) che era uno dei maggiori esponenti del socialismo liberale piemontese, e i contadini della Lucania, protagonisti del suo famoso romanzo “Cristo s’è fermato a Eboli”, avvengono durante il periodo di soggiorno obbligato del torinese, per motivi politici, nei paesi di Grassano e di Aliano, in provincia di Matera. Levi, a quel tempo, era un noto esponente del Movimento “Giustizia e Libertà”, fondato a Parigi dai fratelli Carlo e Nello Rosselli, ma era noto anche come pittore, avendo già esposto a Torino e alla biennale di Venezia insieme ai maggiori artisti del tempo, Morandi, Carrà, Sironi, Martini, ecc.. Per Carlo Levi quello fu l’inizio della maturità e della sua scoperta come uomo e come artista, una maturità che lo vide accostarsi ad un’altra forma di dolore umano, diverso da quello dei socialisti e dei perseguitati politici che aveva aiutato a cercare salvezza nella fuga dall’Italia fascista. Era un dolore antico, quello dei contadini lucani, a cui non si poteva che opporre un’illimitata pazienza per sopravvivere, un dolore che lo avrebbe profondamente turbato, fatto umano, dolce come il miele, per quei poveri contadini trattati alla stregua di animali da soma.

M’avete fatto umano
baci dolenti, terre nascoste
dove un dolore antico era prima del mio arrivo.

Sono stato in mezzo al grano
povero e alle scomposte
colline del grigio ulivo;
secoli di pene imposte
e di desiderio vano
sul biondo tuo viso amico
come in quei monti scoprivo
che un egoismo lontano
arse paterno e passivo
spogliando d’erbe l’aprico
terreno e le tenere coste.
Alle offerte senza risposte
so solo rispondere, e dico
parole che apran l’arcano
grembo del fonte vivo.

Il primo giorno del suo arrivo ad Aliano si sparge la notizia in paese che il nuovo confinato è medico. (Carlo Levi si era laureato in medicina a soli 22 anni, aveva fatto anche il praticantato, ma in realtà non aveva mai esercitato la professione). E’ appena entrato nella casa di una vedova presso la quale si fermerà per qualche tempo, che alcuni contadini vengono a chiamarlo perché curi un loro congiunto colpito dalla malaria. Esistono in paese due medici, ma la loro ignoranza è tale che i paesani non ne hanno alcuna fiducia e ripongono tutte le loro speranze nell’intervento del medico settentrionale. Purtroppo il malato è nelle condizioni tali che nulla può ormai essere fatto per lui e di lì a poco morirà. Levi è stato trascinato lì come uno stregone, ma non opera nessun miracolo. Non ha mai esercitato la professione di medico ed è ben deciso a non farlo ora. La sua esperienza deve finire lì. Invece il giorno dopo, fuori dalla sua porta di casa, fin dal primissimo mattino, trova le donne dei contadini che lo attendono fiduciose perché curi i loro bambini… “Dall’uscio mi giungeva un suono di voci femminili e un pianto di bambino. Una decina di donne, con i bimbi al collo o per mano, aspettavano, pazienti, la mia levata. Volevano mostrarmi i loro figli perchè li curassi. Erano tutti pallidi, magri, con dei grandi occhi neri e tristi nei visi cerei, con le pance gonfie e tese come tamburi sulle gambette storte e sottili. La malaria, che qui non risparmia nessuno, si era già insediata nei loro corpi denutriti e rachitici. Io avrei voluto evitare di occuparmi di malati, perché non era il mio mestiere, perché conoscevo la mia poca competenza e sapevo che, facendolo, sarei entrato - e la cosa non mi sorrideva – nel mondo stabilito e geloso degli interessi dei signori del paese. Ma capii subito che non avrei potuto resistere a lungo nel mio proposito. Si ripetè la scena del giorno precedente. Le donne mi pregavano, mi benedicevano, mi baciavano le mani. Una speranza, una fiducia assoluta era in loro”.
Levi non si spiega i motivi di quella fiducia così cieca e illimitata nei suoi confronti. Era arrivato in paese solo il giorno precedente e il primo malato per il quale era stato richiesto il suo aiuto era morto. Ma le donne si dicono convinte che lui non è un “medicaciucci” come gli altri, anzi sono sicure che è “uno bono cristiano”. I contadini si erano accorti che, pur nella sua impotenza, Levi si era tuttavia sforzato di fare qualcosa per il moribondo, l’aveva guardato con umanità e interesse, con sincero dispiacere… Abituati ad essere abbandonati a loro stessi dallo Stato che pur tuttavia non rinunciava ad esigere da loro tributi gravosi e ingiusti, assuefatti all’odio o al disinteresse dei signori che non li hanno mai considerati come esseri umani, i contadini lucani provano un’immediata simpatia e una fiducia istintiva e illimitata per il nuovo venuto. Il loro profondo bisogno di conforto trova nel confinato Levi la giusta rispondenza e tra loro si fonderà un rapporto profondo di amore, reciproca stima, dignità. Levi farà anche degli excursus di natura sociale, politica, etnologica, storica e mitologica, ma quello che gli rimarrà nel cuore come un valore assoluto e decisivo sarà quel sentimento di fraternità e di partecipato interesse per la loro terra e la loro causa, che diventerà poi la causa meridionale, quella affettuosa disposizione dello spirito sempre vigile, costantemente attenta che si tradurrà in commossa partecipazione al loro mondo, alla loro cultura, alle loro tradizioni antichissime, ancestrali, nel rispetto profondo della loro umanità, che non verrà mai meno in Levi. Da quel momento egli sarà per sempre unito ai contadini meridionali, la loro causa sarà la ragione profonda della sua esistenza come uomo e come artista. Dopo la Liberazione, Levi andrà a vivere a Roma, prima come direttore del quotidiano “Italia Libera”, del Partito d’Azione, a cui apparteneva, poi soprattutto come scrittore, pittore e fiero esponente della politica meridionale. Viveva in un appartamento in affitto, a Palazzo Altieri, insieme a Linuccia Saba, la figlia del poeta, con una grossa tartaruga dipinta di giallo e blu che circolava liberamente e le tele dipinte o in attesa che occupavano metà della sua casa. Ormai scrittore di fama, grazie a “ Cristo s’è fermato a Eboli”, avidamente letto a Montecitorio e a Palazzo Madama , riaffermato pittore di valore, in seguito Senatore della Repubblica eletto nelle liste indipendenti del partito comunista ( 1963 e 1968), Levi non aveva smesso di fare viaggi nel mezzogiorno d’Italia e all’estero e da ognuno di questi aveva ricavato materiale artistico per farne dei libri. Erano così nati “Le parole sono pietre”, da alcuni viaggi in Sicilia (Premio Viareggio 1956), “Il futuro ha un cuore antico”, da un viaggio sentimentale attraverso la Russia (1956), “La doppia notte dei tigli”, un resoconto di un viaggio in Germania (1959) e “Tutto il miele è finito”, poetico viaggio in Sardegna (1964), tutte opere che testimoniano il suo impegno di intellettuale progressista, impegnato socialmente e politicamente, anche se artisticamente nessuna di queste ottenne gli esiti e i consensi del “ Cristo”.
Come politico ha il merito della legge sulla panificazione, grazie alla quale si è salvato in Italia l’uso del forno a legna, per cuocere il pane casareccio e la pizza napoletana, ma quello che più gli premeva però non riuscì ad ottenerlo, ossia riuscire a fare ottenere l’autonomia ai contadini meridionali, svincolarli dalla morsa dello Stato. Sapeva bene che l’industrializzazione e le opere pubbliche del neocolonialismo e il consumismo avrebbero distrutto per sempre la civiltà rurale della Lucania, senza aprire, di converso, le porte della modernità ai contadini. Sapeva che col miraggio borghese del posto fisso milioni di contadini del sud sarebbero stati condannati ad andarsene spezzando ogni continuità di rapporto con il proprio mondo culturale. Sapeva che sarebbe stata sventrata una società che aveva un suo equilibrio, senza che per questo fosse risolta la questione meridionale. Ma non potè fare nulla per fermare certi ineluttabili e perversi ingranaggi. Le sue profezie valgono oggi per i paesi del terzo mondo, l’Africa, l’Asia, i paesi Sudamericani, per l’Italia ormai non c’è più nulla da fare, il misfatto è compiuto. Dopo la sua morte, avvenuta a Roma, nel 1975, Linuccia Saba parlò di Levi e dei suoi amici, uno di questi era Rocco Scotellaro, il giovane Sindaco Poeta di Tricarico, che morì giovanissimo, che spesso lo andava a trovare a Roma. “Volevamo molto bene a Rocco – disse Linuccia - e mi piange il cuore ancora adesso quando penso che è morto tanto giovane, forse più giovane della sua vera età. Aveva ventinove anni. Ricordo che lo affascinava la grande città e quando veniva a Roma stava sempre da noi, che allora abitavamo a Palazzo Altieri, in un appartamentino in affito. La città lo stancava molto. Se voleva riposarsi veniva in camera mia, mi chiedeva se poteva stendersi sul letto e voleva che gli leggessi le sue poesie. Gli piaceva moltissimo sentirsele leggere. Quando si sdraiava teneva i piedi fuori dal letto e non si toglieva le scarpe. Io non capivo e gli dicevo sempre: “Togliti le scarpe, stai più comodo. No, no, sto bene così”, rispondeva. Un giorno però insisti insisti, lui se le è tolte: non aveva i calzini, poveretto. Era sindaco di Tricarico, ma era così povero che non poteva permettersi neppure i calzini. Ricordo anche con molta tenerezza quando lui scoprì la bistecca. Non ne aveva mai mangiate e un giorno, in un ristorante, sentendo che la ordinavo per me, volle imitarmi e ne chiese una anche lui. Quando la vide sul piatto gli fece un effetto immenso. Cominciò a mangiarla e gli piacque enormemente. Continuava a ripetere che doveva farla assaggiare a sua madre. Avevamo alle spalle un cameriere che doveva servire il vino. Appena questi fece il gesto di versarne un po’ nel mio bicchiere, Rocco gli strappò di mano la bottiglia esclamando: “La bistecca sì, ma il vino lo versano gli amici”. In quel momento capii che Rocco era un capo, perché aveva detto quella frase in un modo talmente sicuro che poteva avere soltanto uno nato per comandare. E il cameriere non reagì.
Che cosa rimane oggi di Carlo Levi, ai contadini, nel centenario della sua nascita? A parte tutta la copiosa raccolta delle sue opere pittoriche che si trova a Palazzo Lanfranchi, a Matera, “con la sua toccante e dolente bellezza”, nelle Grotte dei Sassi, dove si cela la capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà, c’è un Parco Letterario a lui dedicato, ad Aliano, fra case bianche e nascondigli d’argilla, dove la casa è esattamente la stessa di quando fu da lui lasciata nel 1936 e dove tutto è rimasto intatto, i sentieri, i cieli, gli odori, il profumo dei peschi e dei mandorli, e l’orizzonte si fa insolito, bianco, sfumato, quasi fiabesco lungo le torri di terra, le capre, il cimitero, i peperoni, gli esorcismi, i monachicchi , i briganti e le porcellane , gli spazi che si dilatano e le argille che cominciano a sciogliersi e a colare lente per quei pendii luminosi che inseguono il vuoto scivolando in basso, grigi torrenti di terra in un mondo liquefatto. Ecco, questo è rimasto, la straordinaria corrispondenza tra luoghi raccontati e i luoghi realmente esistenti è strettissima al punto tale che immergendosi negli ambienti lucani descritti da Levi, si stenta a credere che siano trascorsi quasi settant’anni senza che questi abbiano apparentemente subito trasformazioni. Se volete ritrovare Levi e ricostruire le immagini e le emozioni che descrive nel suo libro-totem, il “Cristo si è fermato a Eboli”, è sufficiente inoltrarsi su questo percorso dove un’architettura animistica, una teoria silenziosa di sguardi attenti tra i gerani dei balconi e le pale dei fichi d’india, vi guarda, vi spia e vi ammonisce, inviandovi una sorta di messaggi esoterici. Ma il suo pensiero sul mondo dei contadini e sulla questione meridionale non è affatto utopistico e contraddittorio, ma attualissimo. Andate a rileggervi cosa scrisse nel “Cristo” sulla necessità dell’autonomia e sugli interventi dello Stato. Andate a rileggervi il suo pensiero su quella classe di parassiti succhiasangue che ancora infesta i nostri paesi del sud e poi mi direte se ho torto o ragione.
“ …Il vero nemico dei contadini, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile è la piccola borghesia dei paesi. E’ una classe degenerata, fisicamente e moralmente, incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finchè questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere la questione meridionale…. Le terre sono andate progressivamente impoverendo, le foreste sono state tagliate, i fiumi si son fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati, dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte… Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, le tasse sono insopportabili e sproporzionate… Questo è il risultato delle buone intenzioni e degli sforzi dello Stato, di uno Stato che non sarà mai quello dei contadini, e che per essi ha creato soltanto miseria e deserto”.

(Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi, Einaudi, Euro 8,20, p. 242, 1990)

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